mercoledì 24 dicembre 2008

martedì 16 dicembre 2008

"The House of the Rising Sun" Collection



"The House of the Rising Sun" è una canzone folk americana. Il testo ha come argomento una vita sfortunata ed è ambientata a New Orleans. L'esecuzione della canzone da parte del gruppo inglese The Animals, nel 1964, è generalmente considerata la più famosa ed è stata la numero uno in classifica sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito.

Il brano risale alla prima metà dell'Ottocento e, al pari di molte altre classiche ballate folk, la paternità del testo di "The House of the Rising Sun", a volte chiamata "Rising Sun Blues", è dubbia. Lo studioso del folklore Alan Lomax, autore nel 1941 della raccolta di canzoni "Our Singing Country", scriveva che la melodia era presa da una ballata tradizionale inglese (probabilmente "Matty Groves", risalente al Seicento), mentre il testo era stato scritto da Georgia Turner e Bert Martin, una coppia di abitanti del Kentucky. Altri studiosi propendono per ipotesi diverse, sebbene quella di Lomax sia generalmente considerata la più plausibile.

Del testo esistono due diverse versioni: una al maschile, l'altra al femminile. La versione maschile è la più nota ed è quella proposta dagli Animals. Tuttavia quasi tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere il testo al femminile quello originario. Fra i musicisti che hanno cantato questa versione spiccano Bob Dylan e Joan Baez.

L'espressione "House of the Rising Sun" è un eufemismo per indicare una casa chiusa; tuttavia non è noto se la casa descritta nel testo sia un luogo reale o fittizio. Tra le ipotesi più accreditate c'è quella che la vuole situata proprio a New Orleans: la notizia del suo abbattimento, avvenuto nel 2007, ha trovato spazio nelle pagine di qualche quotidiano statunitense.

La più antica incisione del brano a noi nota è quella del 1933 eseguita da Clarence "Tom" Ashley, che affermò di avere imparato il brano da suo nonno. Secondo alcuni, una incisione più antica fu quella del bluesman Alger "Texas" Alexander del 1928 col titolo "The Risin' Sun". Di tale incisione esistono oggi solo testimonianze indirette, poiché non è nota l'esistenza di nessuna copia del 78 giri. Non se ne conoscono dunque né il testo né la melodia, ed è dunque impossibile stabilire se si trattasse del medesimo brano.

Fu incisa in italiano dai Los Marcellos Ferial e da Riki Maiocchi*: il testo, opera di Mogol e Vito Pallavicini, stravolge completamente il senso della canzone, trasformandola in una storia d'amore. (Wikipedia)

*La prima versione italiana di Maiocchi ("Non dite a mia madre") non venne accettata dalla commissione di ascolto della RAI, probabilmente perché accennava ad una condanna a morte.

Per ulteriori informazioni sulla canzone si rinvia alla pagina http://www.musicaememoria.com/HouseOfRisingSun.htm


CD 1

01) B. B. King & Mary Travers - House of the Rising Sun
02) Bob Dylan - House of the Rising Sun
03) Bon Jovi - House of the Rising Sun
04) Buster Poindexter - House of the Rising Sun
05) Charlie Byrd - The House of the Rising Sun
06) David Allan Coe - House of the Rising Sun
07) Demis Roussos - House of the Rising Sun
08) Dolly Parton - The House of the Rising Sun
09) Eric Bibb & Cyndee Peters - The House of the Rising Sun
10) Eric Burdon - House of the Rising Sun
11) Eric Burdon, Robbie Krieger & Friends - House of the Rising Sun
12) Fausto Papetti - House of the Rising Sun
13) Frida Boccara - La casa del sol naciente (Spanish)
14) Frijid Pink - The House of the Rising Sun
15) Gregory Isaacs - House of the Rising Sun
16) I Bisonti - La casa del Sole (Italian)
17) James Last - The House of the Rising Sun
18) Jerry Garcia - House of the Rising Sun
19) Jerry Garcia, David Grisman & Tony Rice - House of the Rising Sun
20) Jimi Hendrix - House of the Rising Sun
21) Jimmy Page & Robert Plant - House of the Rising Sun (Live in New Orleans, 11-03-95)
22) Joan Baez - House of the Rising Sun

Link

CD 2

23) Johnny Halliday - Das alte Haus in New Orleans (German)
24) Johnny Hallyday - Le pénitencier (1964) (French)
25) Johnny Hallyday - Le pénitencier - Parc des Princes 2003 (French)
26) Johnny Halliday & Patrick Bruel - Le pénitencier (French)
27) Leadbelly - In New Orleans (House of the Rising Sun)
28) Los Marcellos Ferial - La casa del Sole (Italian)
29) Marianne Faithfull - House of the Rising Sun
30) Mark Knopfler - House of the Rising Sun
31) Nina Simone - House of the Rising Sun
32) Pete Seeger - House of the Rising Sun
33) Riki Maiocchi - Non dite a mia madre (Italian)
34) Santa Esmeralda II - The House of the Rising Sun
35) Tangerine Dream - House of the Rising Sun
36) The Animals - The House of the Rising Sun
37) The Beatles - House of the Rising Sun
38) The Blind Boys of Alabama - Amazing Grace (House of the Rising Sun)
39) The Platters - House of the Rising Sun
40) The Ventures - The House of the Rising Sun
41) The Walkabouts - The House of the Rising Sun
42) Tim Hardin - House of the Rising Sun
43) Waylon Jennings - House of the Rising Sun
44) Woody Guthrie - House of the Rising Sun

Link

sabato 6 dicembre 2008

Spoorloos ("The Vanishing") di George Sluizer



Rex e Saskia sono una giovane coppia di innamorati olandesi in vacanza in Francia. Durante una sosta in una stazione di servizio, la ragazza, allontanatasi per acquistare una Coca e una birra, scompare misteriosamente per non fare più ritorno. Dissolta nel nulla, senza motivi, senza logica apparente. Assolutamente convinto che si tratti di un rapimento e non di una fuga volontaria, Rex dedica gli anni seguenti alla ricerca della fidanzata, non tanto nella sempre più flebile speranza di ritrovarla ancora in vita, quanto per scoprire cosa le sia accaduto e veder così svelato il mistero che lo ossessiona. L'anelito alla scoperta della verità diventa per Rex un'idea fissa: a tre anni dall'accaduto, continua ad affiggere manifesti, a rilasciare interviste televisive, a scandagliare maniacalmente la giornata del fattaccio. Neppure la sua nuova donna può far fronte ad una tale caparbietà e, non essendo disposta a condurre un ménage à trois (c'è sempre di mezzo il "fantasma" di Saskia), lo lascia. La svolta si presenta quando Raymond, l'uomo che ha rapito Saskia, si fa vivo e sembra aver voglia di giocare al gatto e al topo. Il rapitore, un ambiguo e strambo professore di chimica, promette di rivelare il mistero a Rex, se questi accetterà di prendere un sonnifero. Dapprima furioso e titubante, Rex si piega infine alla condizione di Raymond, ma la soddisfazione della curiosità verrà pagata a carissimo prezzo.
Il film di George Sluizer - scritto da Tim Krabbé, che lo ha sceneggiato basandosi sul proprio romanzo "The Golden Egg" - è un thriller psicologico cinico e feroce, che ha il suo punto di forza nella rappresentazione dell'apparente normalità del Male. Non a caso, la parte del leone è affidata al personaggio di Raymond Lemorne (interpretato da un Bernard-Pierre Donnadieu in stato di grazia), la cui vera identità è svelata sin dal principio allo spettatore. Pater familias esemplare, cittadino modello, scrupoloso professore, Raymond è un campione di mimetismo (come l'insetto stecco sul quale si apre il film), un sociopatico perfettamente integrato nella sua comunità. Ciò che rende ancor più "mostruosa" la sua figura è la sua fredda e lucida determinazione, la ricerca della perfezione nel crimine. Raymond, che in passato aveva salvato una bambina da sicuro annegamento, ma che al contempo aborrisce la casualità e il Fato, ha rapito Saskia per ristabilire un grottesco ordine matematico nel suo allucinato microcosmo, secondo l'assioma che un atto eroico è tale soltanto se compensato da un grave misfatto. Il film di Sluizer, da cui non stilla nemmeno una goccia di sangue, parte in "sordina" e costruisce la tensione per gradi, fino a giungere ad un epilogo agghiacciante, con una delle soggettive più claustrofobiche della storia del cinema.
Nel 1993, "Spoorloos", che in Italia è uscito col titolo "Il mistero della donna scomparsa", è stato oggetto di un remake statunitense diretto dallo stesso regista, "The Vanishing", con Jeff Bridges, Kiefer Sutherland, Nancy Travis e Sandra Bullock. Il rifacimento, però, è di gran lunga inferiore all'originale, non soltanto perché annacqua e banalizza la storia, ma soprattutto perché opta per un debole e consolatorio "happy end".

Il film in lingua originale con sottotitoli in inglese

mercoledì 3 dicembre 2008

Un angelo per Satana di Camillo Mastrocinque





Il giovane artista Roberto Merigi (Anthony Steffen) arriva in un paesino sulle rive di un lago. Egli è stato chiamato dal Conte di Montebruno (Claudio Gora) per restaurare un'antica statua appartenente alla sua villa e da poco ripescata proprio dalle acque del lago. Nel frattempo, dopo anni di studio in un collegio inglese, torna alla villa anche Harriet (Barbara Steele), la bella nipote del Conte, straordinariamente somigliante alla statua, che è legata ad una misteriosa e tragica leggenda. Il Conte spiega a Merigi che la statua è stata fatta ad immagine di Maddalena, un'antenata di Harriet. Ma sulla scultura grava anche la maledizione di Belinda, un'altra antenata di Harriet, brutta e follemente invidiosa della bellezza di Maddalena. Dopo la morte dei due barcaioli che avevano ripescato la statua dal lago, nel borgo montano la collera e la paura del malocchio. Harriet, che intanto si è innamorata di Roberto, assume a tratti un contegno insondabile e malvagio, e sembra posseduta da un'entità maligna che la spinge a seminare distruzione e morte, tanto che i villici la tacciano di stregoneria. È lei che rovina l'amore tra la sua cameriera e il maestro del paese; è lei che seduce l'innocuo scemo del villaggio e lo spinge a violentare giovani ragazze; ed è sempre lei che induce il rude popolano (Mario Brega) a sterminare la sua famiglia...
Da un racconto di Luigi Emmanuele ed eco che vanno da Fogazzaro ("Malombra") a Mérimée ("La Venere d'Ille", da cui Mario e Lamberto Bava trarranno un film nel 1978), "Un angelo per Satana è la seconda ed ultima incursione nel gotico di Camillo Mastrocinque, regista di fiducia di Totò. Come ne "La cripta e l'incubo", il suo horror precedente, Mastrocinque sfrutta ancora una volta il tema del doppio e la morbosa sensualità della Steele, che si dispiega appieno quando l'attrice si cala nei panni della perfida Belinda, che disprezza gli uomini ed è prepotentemente attratta dalle donne (si veda, su tutte, la scena della tentata seduzione della cameriera, piuttosto pruriginosa e ai limiti della censura dell'epoca). Il ritmo un po' lento e il finale stiracchiato sono ampiamente ricompensati dalle prove degli attori (in particolare da quella del sempre misurato Gora), dall'eccellente fotografia in bianco e nero e dall'inconsueta cura dei dialoghi.

sabato 29 novembre 2008

5 tombe per un medium di Massimo Pupillo



Il giovane avvocato Albert Kovacs (Walter Brandi), apprendista del notaio Morgan (Riccardo Garrone), riceve una lettera dal Dottor Jeronimus Hauff, che lo convoca con urgenza nella sua sperduta villa per redigere il suo testamento. Giuntovi, Kovaks scopre con stupore che l'autore della missiva, nonostante il documento sembri autentico (calligrafia e sigillo di ceralacca paiono originali), è morto già da un anno. Clio (Barbara Steele), la vedova di Jeronimus, pensa che si tratti soltanto di un macabro scherzo. Ma Corinne, la sua figliastra, attribuisce il fenomeno ai poteri soprannaturali del padre, che in vita era un eminente studioso di occultismo, ed era riuscito ad evocare le anime dei morti di peste del '400, quando la villa era un lazzaretto. Una serie di morti violente, che colpiscono quanti assistettero al trapasso di Hauff, sembrano avvalorare la tesi della ragazza. Nel frattempo, Kovacs scopre che il suo principale Morgan, ex amante di Clio, uccise Jeronimus con la complicità di altre quattro persone, di cui egli conosceva i misfatti. La notte dell'anniversario della sua morte, alla villa arriva anche Morgan: le mostruose forze materializzate dal medium defunto compiono ora la sua vendetta, appestando colpevoli ed innocenti...
Liquidato frettolosamente dal "Mereghetti" come esempio di "sgangheratezza, noia e comicità involontaria" degne "del peggiore Ed Wood", "5 tombe per un medium", esordio di Massimo Pupillo nell'horror, è al contrario un piccolo capolavoro del gotico italiano. Targato 1965, il film, oltre all'elegante fotografia in bianco e nero di Carlo Di Palma, è sorprendentemente ricco di inquietanti invenzioni che anticipano molte pellicole del terrore successive. Anzitutto, la trovata del dittafono, che rimanda la voce spettrale del medium ucciso*, espediente ripreso da numerosi registi, sia nostrani che stranieri (basti pensare, per rimanere in Italia, alle angoscianti registrazioni del "pittore delle agonie" Buono Legnani ne "La casa dalle finestre che ridono" di Pupi Avati).
Per non parlare, poi, della resurrezione finale dei monatti, che diffondono la peste e cingono d'assedio, invisibili ma implacabili - raffinata e poco dispendiosa l'idea della soggettiva -, i pochi superstiti. È altresì ammirevole la lenta e inesorabile creazione della suspense mediante sobri artifici retorici quali la nebbia o i lugubri cigolii dei carri, piuttosto che attraverso un dispiego di dettagli sanguinolenti. C'è da dire, comunque, che gli effetti speciali del film sono, come vuole l'italica perizia artigianale, efficaci e a basso costo. Ad esempio, le mani mozzate degli untori, che nell'epilogo del film prendono a muoversi, sono quelle di alcune comparse che indossano guanti rosa con sopra del gesso. Il cuore che pulsa, invece, è quello di un maiale con dentro una pompetta acquistata alla Stazione Termini. Pupillo, però, non amava lo splatter, tant'è vero che della pellicola esistono due versioni, una più dura per il mercato americano e l'altra più soft per quello italiano. A girare le sequenze più cruente fu Ralph Zucker, produttore di questo e del successivo lavoro di Pupillo ("Il boia scarlatto"), che tra l'altro firmò la regia di "5 tombe per un medium" ingenerando non pochi malintesi (quando il produttore morì nel 1982, qualcuno scrisse che era morto Massimo Pupillo). Così spiegava il qui pro quo Pupillo: " '5 tombe per un medium' lo firmai col nome di Ralph Zucker, che era il produttore, un produttore di origine austriaca, così per fargli una cortesia, perché a me non importava figurare come regista. Perciò, quando è morto Zucker, è nato l'equivoco".
Se ci sono dei "capi d'imputazione" a carico del film, questi vanno semmai identificati nella scelta di Castel Fusano come location (troppi pini marittimi per una vicenda che si svolge in un immaginario villaggio dei Balcani!), e nello scarso utilizzo di Barbara Steele. Pare, tuttavia, che la "Scream-Queen" si atteggiasse a diva e facesse continue richieste. Oltre alla scena in cui è ricoperta di schiuma mentre si fa il bagno, la regina del gotico all'italiana girò anche un nudo, che però non fu mai inserito nel montaggio finale.

* "Jeronimus Hauff. Risultati delle ricerche del 20 ottobre. Anche oggi ho preso contatto con loro, ho saputo. La peste li decimava, il tanfo dei cadaveri ammorbava l'aria, continuamente i carri dei monatti portavano i cadaveri alle fosse comuni. I sopravvissuti, attaccati disperatamente alla vita, erano ossessionati dal cigolio di quei carri, il cigolio sinistro, penetrante. Ormai non c'era più speranza. Gli untori avevano inquinato le acque, gli immondi untori venivano puniti con il taglio di una mano e poi impiccati. Li seppellirono qui, nel giardino. L'acqua, l'acqua, tutta l'acqua era inquinata: occorreva dell'acqua, dell'acqua pura."

giovedì 27 novembre 2008

Dionysos, "questi sconosciuti"...





C'erano una volta quattro ragazzi che sognavano di diventare rockstar... Quante volte è iniziata in tal modo la storia di grandi band musicali. L'esperienza dei Dionysos, gruppo tuttora completamente sconosciuto qui in Italia, non è molto dissimile. Nel 1993, quattro giovanotti di Valenza, compagni di liceo, folgorati da un memorabile concerto dei Noir Désir, tentano di lasciarsi alle spalle la strada del pur divertente dilettantismo per dedicarsi anima e corpo alla loro passione. Mathias Malzieu (voce e chitarra), Éric Serra Tosio alias Rico (batteria), Michaël "Miky Biky" Ponton (chitarra) et Guillaume Garidel (basso), sembrano riuscirci senza troppi sforzi. All'epoca Mathias, leader del gruppo, sa suonare a malapena la chitarra e non ha mai cantato in pubblico. Eppure, fin dalle loro prime esibizioni in pubblico, i Dionysos s'impongono nel panorama del rock francese come qualcosa di completamente differente, e non soltanto per l'originalità delle liriche surreali di Mathias, ma anche per l'incredibile energia sprigionata dal vivo.
Tre anni di prove e una ventina di concerti più tardi, il gruppo dà alle stampe l'album di debutto, "Happening Songs": pubblicato in soli 500 esemplari dall'etichetta "Nova Express", il disco d'esordio contiene alcune canzoni rimaste a lungo nelle scalette dei concerti a venire, come "Can i?", "New eye blues", "Polar girl" e "Wet". E non si può certo dire che i Nostri si risparmino: tra un'esibizione e l'altra fanno uscire una videocassetta contenente sette videoclip e realizzano la colonna sonora di un telefilm.
Anche il 1997 è un anno ricco di impegni: firmato un contratto con il produttore Olivier Vallon, s'impegnano a promuovere "Happening Songs" con una fittissima serie di date. A loro, nel frattempo, si è aggiunta la dolce e brava Élisabeth Maistre, che suona con disinvoltura il violino, la chitarra e le tastiere. Il fascino della sua voce e le sue notevoli doti musicali faranno ben presto di Babet - questo il suo nome d'arte - una colonna portante del gruppo.
I Dionysos, che hanno ormai acquistato una certa notorietà anche in Belgio e Germania, vengono particolarmente apprezzati in Svizzera, dove si piazzano ai primi posti delle classifiche radiofoniche (l'emittente "Couleur 3" li diffonde con particolare assiduità). È in territorio elvetico, dunque, che nasce il secondo album della band: "The sun is blue like the eggs in winter" viene infatti prodotto dall'etichetta "Noise Product" di Ginevra nel febbraio 1998 e, tra le altre curiosità, annovera tra i suoi dieci pezzi i primi due cantati in francese, "Ciel en sauce" e "Fais pas ci" (quest'ultima è una cover riuscita di un brano di Jacques Dutronc). Con un'accresciuta visibilità mediatica, un'altra lunga sfilza di concerti, e la realizzazione dello "split single" "Soon, on your radio" (tra i cui brani figurano "Dead chips party" e "Calim héros"), i Dionysos vengono corteggiati da diverse case discografiche. La loro scelta cadrà sull'etichetta "Trema".
Sull'onda del successo i Dionysos mettono subito in cantiere un nuovo progetto: il loro nuovo lavoro, "Haïku", viene registrato in cinque settimane a San Francisco, sotto la supervisione di Norman Kener e Dan Presley. L'Haïku è un brevissimo componimento poetico giapponese formato solo da tre versi, una poesia dai toni semplici che elimina i fronzoli lessicali e le congiunzioni, e trae la sua forza dalle suggestioni della natura e le sue stagioni. Anche le liriche dei Dionysos, in questo caso, sono semplici e "immediate", tanto che qualche critico ha parlato di una scrittura automatica presa in prestito dai surrealisti. Al contrario dei primi due album, poi, i testi hanno un orientamento decisamente francofono. Il CD esce contemporaneamente in Francia, Svizzera e Belgio il 7 Settembre, e vende più di 30.000 copie. Dopo due passaggi televisivi seguiti da milioni di telespettatori, i Dionysos iniziano una colossale tournée che terminerà circa un anno e mezzo e 160 concerti più tardi. Questo dimostra anche che i Nostri sono veri e propri animali da palcoscenico e riescono ad instaurare un feeling del tutto particolare col pubblico. Sfortunatamente, in questo lungo arco di tempo, Mathias si rompe una gamba ed è costretto a rimanere seduto per molte delle rimanenti date. Il gesso, comunque, non gli impedisce di infiammare i suoi fan e di rendere unico ogni spettacolo.
Se Haïku è l'album che ha fatto conoscere i Dionysos presso il "popolo del rock", grazie a canzoni come "Coccinelle" e "45 tours", "Western sous la neige", con i suoi motivi estremamente orecchiabili (si pensi a "Song for jedi", "Anorak" e "Don diego 2000") li fa conoscere anche al grande pubblico, che ne decreta la consacrazione. Registrato a Chicago sotto l'egida del produttore Steve Albini (The Pixies, Nirvana e PJ Harvey), che lascia ampia libertà ai suoi pupilli d'oltreoceano, "Western sous la neige" vende oltre 100.000 copie ed ottiene il disco d'oro. L'album, poi, è più che mai segnato dai temi prediletti dei Dionysos: ci sono il western ("Theme from Western sous la neige") , il surf ("Longboard blues" e "Longboard train"), il tennis ("Mc enroe's poetry"), e un intero mondo fiabesco ("She is the liquid princess"). Un nuovo esaltante tour è la conferma che il titolo di "migliore live band francese" affibbiato ai Dionysos da diversi magazine specializzati è largamente meritato.
Inarrestabile, il gruppo partecipa anche all'album tributo a Léo Ferré "Avec Léo" con la cover di "Thank You Satan, e approda finalmente all'Olympia, il tempio parigino della musica. Nel frattempo, Mathias pubblica "38 mini-westerns (avec des fantômes)", una raccolta di novelle che rappresenta una sorta di propaggine dei testi delle sue canzoni.
Alla fine del 2003 escono due album live, uno acustico e l'altro elettrico, dal titolo "Whatever the weather", che, assieme ad un DVD registrato a Strasburgo, catturano i momenti salienti del tour "Western sous la neige".
Per elaborare il lutto della morte della madre, deceduta poco tempo dopo la registrazione di "Whatever the weather", Mathias accantona per qualche tempo la musica e si dedica alla scrittura di "Maintenant qu'il fait tout le temps nuit sur toi", un romanzo popolato da quegli stessi simpatici mostri che di lì a poco faranno la loro comparsa nell'universo musicale dei Dionysos. Il disco "Monsters in love", concepito parte in Marocco e parte in Inghilterra, vede la luce nel 2005. Inevitabilmente, questo è l'album più cupo e contrastato dei Dionysos: la perdita della madre da parte di Mathias ha senza dubbio influito su testi come "Mon ombre est personne", "Neige" o "Midnight letter". D'alro canto, il tema della morte è esorcizzato attraverso brani molto più lievi ed ameni come "Tes lacets sont des fées" e "La métamorphose de Mister Chat". Non bisogna inoltre dimenticare la presenza di Giant Jack, personaggio-chiave anche del succitato romanzo. L'ultima fatica della band è infine arricchita da nuove sonorità (ad esempio l'ukulele ed il "sanglophone", strumento immaginario che serve a riprodurre le grida di un fantasma). Intanto la formazione si è allargata con l'ingresso di Stéphan Bertholio (sintetizzatore, chitarra, banjo, ukulele, sega musicale, glockenspiel), che d'ora innanzi sarà il sesto membro ufficiale del gruppo (in realtà aveva collaborato coi Dionysos sin dal 2002).
Instancabili quando si tratta di esibirsi dal vivo, i Dionysos intraprendono una nuova tournée che li porta in Belgio, Svizzera, Germania e Lussemburgo, oltre che in vari Festival estivi. Ne saltan fuori un CD e un DVD live. Intitolati "Monster in live", esplicita eco di "Monster in love", i due prodotti appaiono sul mercato discografico nel gennaio del 2007: oltre a due concerti (uno registrato all'Olympia nel 2005, l'altro allo Zénith di Parigi nel 2006 con un'orchestra sinfonica), il DVD documenta alcuni dei momenti più significativi del gruppo dal Novembre del 2004 al Novembre del 2006 (le registrazioni effettuate in Marocco, quelle in Inghilterra ed in Alvernia, le prime date delle tournée, ecc.). Nel Novembre 2007 esce "La mécanique du cœur", il sesto album dei Dionysos, che si ispira all'omonimo romanzo che Mathias ha pubblicato alcuni giorni prima per l'editore Flammarion. Il libro, al pari delle canzoni, narra la storia di un bizzarro omino, Little Jack, nato a Edimburgo nel 1874 nel giorno più freddo del mondo. Il suo cuore è ghiacciato, ma la sua ostetrica, la Dottoressa Madeleine, lo rimpiazza con un orologio a cucù, che esploderà nel caso che il piccolo Jack s'innamori. Ahimè, Jack perde la testa per la cantante andalusa Miss Acacia ed il suo cuore prende a mal funzionare! La Dottoressa Madeleine lo ripara, ma ribadisce a Jack che non deve assolutamente innamorarsi... L'eroe della storia, che riprende alcuni personaggi di "Monster in love", è ovviamente interpretato da Mathias; la cantante andalusa, invece, da Olivia Ruiz, giovane vedette della musica transalpina. Ma l'album ospita anche tanti altri personaggi celebri del panorama artistico francese (si va da Alain Bashung a Jean Rochefort). Il sogno di Mathias di veder realizzato un film dal suo racconto si è concretizzato nel momento in cui l' "Europacorp" di Luc Besson ha acquistato i diritti del romanzo per ricavarne una pellicola d'animazione in 3D...

PERCHÉ ASCOLTARE I DIONYSOS? Perché è bello come vedere un gigante ed un omino dal cuore arrugginito che si stringono per mano, attraversano prima i boulevard parigini e poi gli aridi sentieri di uno spaghetti western diretto da Tim Burton, in cerca di una spiaggia innevata sulla quale fare surf...

Sito ufficiale: www.dionyweb.com
Sito non ufficiale: www.cielensauce.com

P.S. I testi in inglese andrebbero in maiuscolo, ma io mi sono attenuto alla "vulgata" dei Dionysos

domenica 23 novembre 2008

Harvey: non si cucina un coniglione...




HARVEY

Un film di Henry Koster. Con James Stewart, Peggy Dow, Josephine Hull.
Commedia, b/n, durata 104 min. - USA 1950.

Elwood P. Dowd (James Stewart) getta nello scompiglio la sua famiglia perché ha per amico un grosso coniglio bianco che nessuno vede oltre a lui. Preoccupata per le reazioni che le persone hanno quando racconta la storia di come lo ha conosciuto, e con la figlia rimasta zitella a causa dello strampalato ma affabile fratello, la sorella Veta Louise (Josephine Hull) decide di farlo rinchiudere in una clinica psichiatrica, ma a causa di una incredibile sequela di gaffe sarà lei stessa trattenuta e trattata per matta... (Wikipedia)

Domenico Meccoli, Michelangelo sbalordisce Jimmy, in Epoca n° 194, 20 Giugno 1954 (articolo su un viaggio in Italia dell'attore James Stewart):

"(...) Un'altra piacevole serata Stewart l'ha passata alla Radio. 'L'avevo temuta - dice - come un seccante impegno professionale che non si può disgraziatamente rifiutare. Invece mi sono divertito. E ho anche ricevuto un dono, inaspettato e graditissimo. Un giovane produttore italiano mi ha regalato un coniglio - vivo, naturalmente. Be', mi sono commosso. Forse ho interpretato film migliori di Harvey (non sta a me giudicare) ma io ho un debole per il coniglione fantomatico di quel film. Mi parve, in quell'occasione, di aver trovato un amico.' Ora questo coniglio regalatogli alla Radio è diventato, per Stewart, un problema serio. Non ha ancora deciso se farlo cucinare, regalarlo o portarlo in America. L'ultima soluzione lo tenta moltissimo, per i suoi figli. Ne ha quattro. 'Me li ha dati mia moglie in un solo anno' rivela ridendo. 'Mia moglie è un vero fenomeno!... Dimenticavo però di dire che Michael e Ronnie sono del suo primo matrimonio e che Judy e Kelly sono gemelli...' (...)"

Didascalia della foto:

"Appoggiato a questa targa stradale in vista del Colosseo, Jimmy ricorda stranamente la posa in cui gli appariva il coniglione Harvey nel film omonimo. Un produttore romano gli ha appunto donato un grosso coniglio che l'attore porterà ai figli."

lunedì 17 novembre 2008

Eva di Joseph Losey



Tyvian Jones (Stanley Baker), scrittore gallese che deve il suo successo ad un'opera largamente plagiata, vive a Venezia con la premurosa fidanzata Francesca (Virna Lisi), ma s'innamora di una squillo d'alto bordo, Eva (Jeanne Moreau). La donna, una femme fatale enigmatica, ribelle e sfuggente, fa perdere la testa all'uomo, sino a ridurlo ad uno stato di completa schiavitù. Tyvian la segue a Roma per lunghi periodi, dove ella risiede, e ne asseconda ogni capriccio (costosi week-end in alberghi di prima nella città lagunare, richieste di denaro, vizio del gioco), ma ciò che ne riceve in cambio sono soltanto cocenti delusioni. L'insondabile dark lady, dopo lunghe assenze, ricompare nella vita dello scrittore sempre con nuovi occasionali accompagnatori. Amareggiato, Tyvian sposa Francesca, pur non riuscendo a togliersi dalla testa Eva. Durante un'assenza della novellla sposa, infatti, trascorre una notte con la prostituta. La mattina seguente, Francesca li sorprende e, stravolta, fugge verso un tragico destino. Lo scrittore medita di uccidere Eva, ma non ne è capace, perché è troppo legato alla scellerata.
Tratto dall'omonimo romanzo di James Hadley Chase, "Eva" è un melodramma erotico a tinte forti sull'ambiguità del rapporto tra i sessi, nonché un'amara parabola sui giochi di potere all'interno dei legami di coppia, temi ricorrenti nei film del regista Joseph Losey. E tuttavia, nonostante lo splendido bianconero di Gianni Di Venanzo, che fotografa in maniera impeccabile una Venezia triste e struggente, la pellicola è anche una delle meno riuscite del cineasta statunitense. È vero che i produttori, per mezzo di tagli e censure, infierirono barbaramente sul film, tanto che ne circolano differenti versioni, eppure lo stile barocco e freddamente intellettuale allontanano irrimediabilmente lo spettatore, non consentendogli alcuna partecipazione emotiva. Inoltre, la messe di simboli - dall'acqua agli specchi, dalle maschere alle uova che colleziona Eva - è francamente urticante, al pari dei significati riposti e dei continui sottintesi. Insomma, la criptica allegoria del burattinaio (Eva) che tira i fili della sua marionetta (Tyvian) finisce presto per stancare. (Il Corbaccio)

Il film in lingua originale

sabato 15 novembre 2008

Nino Ferrer e Caterina Caselli, due rubacuori?







Due giorni fa ci siamo occupati de "Il re d'Inghilterra", canzone interpretata da Nino Ferrer al 18° Festival di Sanremo in coppia con Pilade, un partner che, secondo l'informatissimo sito "Hit Parade Italia", Ferrer non voleva assolutamente ma che, grazie all’organizzazione della manifestazione canora e soprattutto alle ingerenze di Celentano, gli fu bruscamente imposto. Ferrer tornò a Sanremo due anni più tardi, nel 1970, abbinato per l'occasione a Caterina Caselli. Sulla carta, sia la coppia che il brano, Re di cuori, erano vincenti, ma il pezzo si classificò soltanto al 14° posto, un vero e proprio flop. Per gli italiani, infatti, Ferrer era l'interprete di canzonette disimpegnate come "Agata" e "Donna Rosa". "Nessuno di noi è fatto in una sola maniera - ebbe modo di raccontare l'artista al 'Corriere della Sera' nel 1970 - e io odio le classificazioni. Anche nelle canzoni. Un giorno mi viene fuori 'Donna Rosa' e un altro 'La Rua Madureira', che è la mia preferita ma che purtroppo non ha fatto una lira, o 'Povero Cristo', che la radio sicuramente non trasmetterà e che quindi pochi sentiranno. Perché a me capita questo guaio: il pubblico di 'Donna Rosa' non mi vuole in un genere più impegnato e non lo chiede, e l'altro, che lo apprezzerebbe, non lo può conoscere". Il deludente Festival del 1970, comunque, non fu l'ultimo per Nino, che l'anno seguente ci riprovò di nuovo con "Amsterdam", in coppia con Rosanna Fratello... Ma questa è un'altra storia...

Chimo - Lila dice





Nel 1996, in Francia, era stato un caso letterario. L'autore del libro, con lo pseudonimo Chimo, aveva fatto recapitare il suo manoscritto all'editore "Plon" tramite un intermediario, che aveva strenuamente difeso l'anonimato del suo pupillo. Mondato dagli errori di ortografia e ritoccato nell'incerta punteggiatura, il libro, soprattutto in virtù del suo forte contenuto erotico, era ben presto divenuto un bestseller, suscitando l'ammirazione della critica e scatenando la caccia all'autore. Una caccia infruttuosa, visto che a tutt'oggi non si conosce la vera identità di Chimo (enfant prodige o scrittore navigato?). Adesso, sugli scaffali dei videonoleggi italiani, si può trovare il film che ne ha ricavato nel 2004 Ziad Doueiri, già operatore per Quentin Tarantino sul set di film quali "Le iene", "Pulp Fiction" e "Jackie Brown".
Il diciannovenne maghrebino Chimo, perditempo suo malgrado - abita in una squallida banlieu che non offre certo tante speranze, e dove i giovani si arrabattano tra strade sporche, squallidi bar e bordelli, non disdegnando tra l'altro qualche furtarello - incontra Lila, una lolita "tanto bionda da sembrare una macchia" in quel degradato sobborgo pieno di cemento. La ragazzina, troppo grande per essere bimba e troppo piccola per essere donna, è - per dirla come Chimo - "un angelo con la lingua da puttana". Si diverte infatti a fare, ma soprattutto a parlare di sesso, con la stessa trivialità di un camionista. Per Chimo, però, Lila è anche un irriverente e festante raggio di sole, che illumina il grigiore delle sue giornate senza capo né coda, e lo sprona inconsapevolmente a scrivere dei loro appuntamenti sui suoi quaderni (cosa che non rivela a nessuno, neppure a Lila). Gli espliciti inviti di Lila ad entrare nel suo privato immaginario sessuale - "Hai voglia di vedere la mia figa?", esordisce lei nelle prime pagine - rappresentano per Chimo un'occasione per scoprire le proprie potenzialità di scrittore, per lasciarsi alle spalle un mondo d'ignoranza che non gli appartiene più, per allontanarsi da un gruppo di amici zotici e scioperati. Sono, in definitiva, le chiavi per aprire la porta della banlieu e fuggirne una volta per sempre. Ad ogni modo, non bisogna trascurare la forte carica erotica del romanzo, per esaltare al contrario la scrittura come mezzo di redenzione o l'abilità dell'ignoto redattore nel descrivere la decadenza delle periferie urbane. "Lila dice" è e rimane una grande storia d'amore non consumata, fatta di piccoli giochi e grandi fantasie, ma entrambi di tipo esplicitamente sessuale, cosa che a Ziad Doueiri dev'essere sfuggita. Il regista epura bellamente numerosi passi bollenti, restituendoci una trasposizione del libro tristemente edulcorata. Siamo sempre alle solite: se non è associato a Thanatos, Eros non gode degli stessi quarti di nobiltà di altri argomenti ritenuti alti. (Il Corbaccio)

giovedì 13 novembre 2008

Nino Ferrer: richiesta, request, requête, petición



I'm looking for the spanish version of "Il re d'Inghilterra", "El rey de Inglaterra", and for the german version of "Le telephone", "Das telefon" (look above). Does anyone out there possess them? I would be very grateful. Thanks in advance. Merci d'avance. ¡Muchas gracias! Danken! :)

I quattro re d'Inghilterra



Tracklist

01) Nino Ferrer - Le roi d'Angleterre
02) Nino Ferrer - Il re d'Inghilterra
03) Pilade - Il re d'Inghilterra
04) Roll's 33 - Il re d'Inghilterra (Bonus Track)

P.S. Non sono affatto sicuro che la traccia 04 sia interpretata dai Roll's 33...

Link

mercoledì 12 novembre 2008

La lettera accusatrice ovvero il postino suona sempre TRE volte



George Jones (Barry Sullivan), costretto all'immobilità da gravi disturbi fisici e psichici, è convinto che la moglie Ellen (Loretta Young), premurosa donna di casa, lo tradisca con un medico suo ex innamorato. Jones è altresì persuaso che i due siano in combutta per avvelenarlo. Si risolve quindi a scrivere una lettera al procuratore distrettuale, nella quale accusa esplicitamente i due "fedifraghi" e svela il loro recondito intrigo. Dopo aver rivelato ad Ellen il contenuto della lettera, George prima la minaccia con una pistola e poi, non reggendo al forte stress, muore per un attacco cardiaco. La donna, angosciata ed impaurita, tenterà in ogni modo di rientrare in possesso della missiva già spedita... "Il talento di Tay Garnett, consacrato da film come 'Il postino suona sempre due volte' o 'La taverna dei sette peccati', trova terreno fertile in un thriller teso e claustrofobico, girato quasi in tempo reale, il cui perverso meccanismo rischia di stritolare una perfetta donna comune magistralmente resa da Loretta Young". (Il Corbaccio)

P.S. Se masticate piuttosto bene l'inglese, potete scaricare legalmente il film dai seguenti indirizzi (la pellicola è diventata di pubblico dominio):

64Kb MPEG4 (83 MB)
256Kb MPEG4 (191 MB)
MPEG1 (325 MB)

martedì 11 novembre 2008

Il mostro di Luigi Zampa + OST di Ennio Morricone




Valerio Barigozzi (Johnny Dorelli), giornalista fallito che sbarca il lunario curando "la piccola posta del cuore" di un quotidiano con lo pseudonimo "Contessa Esmeralda", un giorno riceve la lettera di un potenziale assassino che gli annuncia di voler ammazzare un attore televisivo. Sempre in cerca del "grande colpo all'americana", Barigozzi si reca al macabro appuntamento e scopre che il mostro ha mantenuto la sua delittuosa promessa. Altri omicidi si susseguono e Barigozzi, ormai divenuto interlocutore privilegiato dell'assassino, ne è sempre informato in anticipo. Questo strano filo rosso che lo lega al serial-killer lo rende sì ricco e famoso (i suoi vecchi libri gialli verranno ristampati, ma stavolta senza pseudonimo anglofono), ma gli procurano anche numerosi grattacapi con la polizia, che lo arresta e lo costringe a dimostrare la propria innocenza. Ma la trama gialla del film ha pure un preciso sottotesto: la parabola ascendente del Barigozzi, da oscuro redattore con scrivania a ridosso del cesso a editorialista di prim'ordine, è contaddistinta da un difficile rapporto con il timido e complessato figlio, che dapprima ha subìto la frustrazione e il livore paterni, per essere poi sostanzialmente accantonato dal genitore con il sopraggiungere della tanto agognata notorietà. Luigi Zampa, che negli anni del boom economico aveva giocosamente sferzato le italiche debolezze, qui si fa crudele e spietato, facendo del suo protagonista un campione di cinismo ed ipocrisia, un inguaribile opportunista che se ne frega del mondo e delle sue sventure, se non nella misura in cui possono tornargli utili. Il vero mostro, dunque. La sceneggiatura di Sergio Donati - siamo dalle parti di "L'asso nella manica" di Billy Wilder - è perfetta, e Johnny Dorelli, forse, alla miglior prova della sua carriera. Livido e disperato il finale. (Il Corbaccio)

P.S. La copertina del DVD è un obbrobrio.

Soundtrack

lunedì 10 novembre 2008

Bunny Lake è scomparsa OST + Bonus Tracks




Ann Lake (Carol Lynley), ragazza-madre da poco trasferitasi a Londra dagli States per raggiungere il fratello Stephen (Keir Dullea), al termine del primo giorno di scuola della figlioletta Bunny, si reca a prenderla, ma la bambina è scomparsa. Anzi, sembra quasi che non sia mai esistita. La direttrice dell'asilo, al pari degli altri ragazzini dell'istituto, non ricorda di aver mai visto la bimba, nel registro di classe manca il suo nome, e alla scuola non è mai arrivata la quota di iscrizione, malgrado Stephen mostri la matrice del suo assegno. Le indagini sulla sparizione di Bunny vengono allora affidate all'ispettore Newhouse (Laurence Oliver). Durante la sua inchiesta, questi si imbatte in una serie di personaggi enigmatici, strani e bizzarri: l'anziana signora Ada Ford (Martita Hunt), che vive al piano superiore della scuola e che registra con un magnetofono gli incubi dei bambini per trarne un libro; Horatio Wilson (Noël Coward in un ruolo autoironico), padrone di casa di Ann, masochista con una collezione di maschere africane, di fruste sadomaso, e un culto per il Marchese de Sade; ed infine l'arcigna e decisamente poco materna cuoca tedesca della scuola che, guardacaso, si licenzia proprio il giorno della scomparsa di Bunny. Ma allorché tutti i beni personali della piccola Bunny Lake vengono misteriosamente rubati, i sospetti di Newhouse e della polizia cadono anche sulla madre. Forti di un'incauta confidenza di Stephen (da piccola, Ann si era creata un'amichetta immaginaria di nome Bunny), le forze dell'ordine cominciano a credere che tutto sia frutto dell'immaginazione della donna.
Grazie all'impeccabile sceneggiatura di John e Penelope Mortimer (ma il romanzo di Evelyn Piper era già passato per le mani di Dalton Trumbo e per quelle di Ira Levin), e grazie soprattutto all'ottima caratterizzazione dei personaggi - su tutti quello dell'instabile ed irrequieto della Lynley - Otto Preminger non scioglie sino alla fine il clima di ambiguità su cui si regge la pellicola, ed instilla più di un dubbio anche negli spettatori sulla reale esistenza della bambina. "Bunny Lake è scomparsa" è un film piuttosto insolito, che mette a confronto mondi e personaggi completamente differenti (l'algida Inghilterra di Newhouse e la "nevrotica" America di Ann). La storia poi, in periodo di piena Swinging London (alla televisione cantano gli Zombies), sfrutta l'appeal di una Londra oscura e sinistra, immersa in un clima ancora tetramente vittoriano.
Si tratta di un noir atipico, con forti venature da thriller psicologico (non a caso il finale ricorda da vicino quello di "Psycho"). Per l'epoca, inoltre, affronta temi decisamente scabrosi (incesto, figli illegittimi e omosessualità).
Da menzionare i superbi titoli di testa di Saul Bass. (Il Corbaccio)

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domenica 9 novembre 2008

Ma come si può uccidere un bambino?







E se un giorno i bambini - da sempre i soggetti più vulnerabili alle guerre, ai massacri e alle carestie - decidessero di ribellarsi allo scellerato mondo degli adulti? Accadrà allora che le parti si invertano: alla follia distruttrice dei grandi subentrerà quella dei piccoli, tanto più violenta quanto meno gli adulti avranno il coraggio di alzare le mani sui ragazzi. Questa la premessa su cui poggia "Ma come si può uccidere un bambino?" dello spagnolo Narciso Ibáñez Serrador, un'ipotesi già collaudata dal cinema di fantascienza ne "Il villaggio dei dannati" di Wolf Rilla. Il film suppone che una giovane coppia di coniugi inglesi, Tom ed Evelyn, si rechino in vacanza ad Almanzora, un'isoletta immaginaria lontana poche miglia dalle coste iberiche. Qui appare chiaro sin dal primo momento che qualcosa non va: in giro non si trova un adulto a pagarlo oro, e frotte di ragazzini scorrazzano indisturbate per le strade con fare sospetto. I due sposi inglesi non tardano a scoprire che i "frugoletti" in pantaloni corti e gonnelline sono efferati assassini che, dopo aver allegramente trucidato i familiari (da brivido la rivisitazione del gioco della pentolaccia, col cadavere di un vecchio appeso a testa in giù), s'apprestano ad eliminare anche loro. La "covata malefica" - e in questo risiede la forza del film - si aggira furtiva per le stradine deserte e assolate del villaggio o si acquatta silenziosa nelle bianche casette tipiche della Spagna. Per creare suspense, come osservava acutamente Hitchcock, non occorrono grida improvvise o luoghi oscuri e tenebrosi (vedi "Intrigo internazionale"). Serrador ha imparato la lezione: gli bastano il trillo di un telefono, il lieve ondeggiare di una tenda, il sorriso ambiguo di una bimba. E il tutto sotto il Sole abbacinante del Mediterraneo. Dunque è doppiamente encomiabile la rinunzia al sensazionalismo e al grandguignol. Ottima la scelta degli interpreti Lewis Fiander e Prunella Ransome, sempre in parte. Unica nota stonata il prologo che, ricordando con immagini di repertorio i milioni di bambini uccisi dagli adulti durante i conflitti, tenta di giustificare la loro rivolta. Ma la morale è decisamente posticcia, tanto più che all'uscita del film Serrador scongiurò di non cercare metafore politiche nel film. (Il Corbaccio)

Links per il film in spagnolo

Link per la colonna sonora

sabato 8 novembre 2008

Il fantasma del palcoscenico OST



Swan (Paul Williams), discografico senza scrupoli che ha stretto un patto col diavolo e che vorrebbe inaugurare il suo nuovo fantasmagorico music-hall il "Paradiso" con un'opera d'impatto, deruba il talentuoso compositore Winslow Leach (William Finley) delle sue bellissime partiture ispirate al "Faust" di Goethe; quindi, grazie a degli sbirri prezzolati, lo fa arrestare per droga e rinchiudere nel penitenziario di "Sing-Sing". Ingannato ed umiliato, Leach riesce ad evadere in cerca di vendetta, ma rimane sfigurato da una pressa per dischi. Celatosi dietro ad una maschera, si aggira così per i meandri del "Paradiso", incombendo minaccioso sugli spettacoli allestiti con le sue canzoni stravolte. Swan lo scopre e gli propone un accordo: Winslow potrà finire la sua musica, e Swan, in cambio, affiderà un ruolo di primo piano a Phoenix, bella e brava cantante di cui Winslow è innamorato. Essendo stipulato col sangue però, l'accordo, più che mendace, si rivelerà fatale...
Visionario e barocco sino all'eccesso, imbevuto di citazioni colte ed ironiche (si veda la scena della doccia presa da Hitchcock), supportato da un cast affiatato, dalle ardite scenografie e dai colori sgargianti, il film è uno dei più freschi ed esuberanti di Brian De Palma, che ha saputo abilmente coniugare i momenti comici a quelli drammatici (ma non manca neppure una forte componente melò). Da menzionare la straordinaria colonna sonora di Paul Williams (l'attore che interpreta Swan), che in pratica ripropone tutta la musica leggera americana dagli anni '50 in poi (si va da "Goodbye, Eddie, Goodbye", un godibilissimo doo-wop a "Life at Last", un pezzo glam-rock in stile Alice Cooper, passando per "Upholstery", un "surf" degno dei migliori Beach Boys). (Il Corbaccio)

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Mani di bimba

martedì 4 novembre 2008

La ragazza che sapeva troppo di Mario Bava



Turista USA (L. Roman), a Roma è coinvolta in una serie di delitti con le vittime in ordine alfabetico che fanno capo alla casa di un'enigmatica signora Laura (V. Cortese). Inaugura il filone del thriller all'italiana (giallo a enigma + paura, con l'accento messo su suspense e ammazzamenti). La formula fu ripresa da Bava in "Sei donne per l'assassino" (1964) e portata al successo da Dario Argento in "L'uccello dalle piume di cristallo" (1970). Firmata da sei – tra cui M. De Concini e il regista – la sceneggiatura è scombinata e la suspense funziona soltanto all'interno delle singole sequenze. Apprezzabile, invece, come esercizio di regia anche perché la paura e il fantastico non nascono dal buio, dall'ombra, ma dalla luce in un suggestivo bianconero. Ultimo film di cui Bava cura anche la fotografia.
(Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli, Bologna, 2006)


Bava: il poliziesco senza la polizia

È significativo che il primo approccio di Bava al poliziesco sia stato “forzato”. Nel 1957, infatti, i produttori de "I vampiri" di Riccardo Freda, di cui l’eclettico regista ligure, non ancora passato dietro la mdp, curava la fotografia, temendo che il film fosse troppo audace per il pubblico del tempo (oggi è unanimemente considerato il primo horror italiano) e cercando di smorzarne la violenza, gli affidarono il compito di girare alcune ordinarie scene d’indagine ed uno scontato "happy ending" da inserire nel montaggio finale. Forse memore dell’esperienza, Bava, che di ogni genere frequentato nell’arco della sua carriera ha sempre aborrito le convezioni, quando diresse il suo primo thriller, l’hitchcockiano "La ragazza che sapeva troppo" (1962), si premurò subito di apportarvi delle sostanziali innovazioni. Anzitutto ambientò la fosca vicenda in una solare e turistica Roma, apparentemente inconciliabile con un intrigo giallo che a tratti assume persino dei toni soprannaturali. Le indagini che la giovane americana Nora Davis compie assieme al dottor Bassi dopo aver assistito ad un efferato omicidio compiuto sulla scalinata di Trinità dei Monti, la portano dunque a fare una sorta di moderno “Grand Tour” della città capitolina (si va dal Pincio alla spiaggia di Ostia, passando per il quartiere Coppedè, che in seguito sarà più volte sfruttato anche da Dario Argento). Bava arricchì poi il tradizionale schema del “whodunit” con l’introduzione di un doppio assassino (in questo caso il prof. Torrani, che uccide per coprire i delitti della moglie folle), espediente narrativo da lui stesso ripreso in "Sei donne per l’assassino" e successivamente copiato da Argento per "L’uccello dalle piume di cristallo". Infine, ma non meno importante, affidò il ruolo investigativo ai protagonisti invece che alla polizia. Sempre più disinteressato alla struttura narrativa e alla verosimiglianza dell’intreccio, nei suoi film seguenti Bava ridusse ulteriormente l’importanza delle forze dell’ordine. In "Sei donne per l’assassino", macabro giallo in cui gli atroci delitti sono filmati con uno stile visionario e barocco, Silvestri, ispettore di polizia tanto arrogante quanto incompetente, non solo non approda ad alcuna conclusione utile, ma ritarda addirittura la soluzione del caso fornendo inconsapevolmente un alibi all’assassino. In "Operazione paura" (1966), uno stupendo horror dove il piano della realtà e quello dell’incubo si mescolano di continuo creando un’atmosfera straniante (sono da antologia sia la sequenza in cui il protagonista insegue il suo doppio attraverso una serie di stanze uguali che le varie apparizioni della bambina-fantasma, figura alla quale si ispirò Fellini per "Toby Dammit", episodio di "Tre passi nel delirio"), tra le vittime delle morti misteriose che affliggono un tetro villaggio tedesco di fine Ottocento ci sono persino il commissario di polizia e il borgomastro. In "Diabolik" (1967), trasposizione in chiave pop del celebre fumetto delle sorelle Giussani, il nero eroe mascherato non si accontenta soltanto di mettere a segno i propri colpi e di sventare le trappole dell’ispettore Ginko, ma trova anche il tempo di beffarsi goliardicamente dell’ordine costituito sabotando una conferenza stampa del Ministro dell’Interno con del gas esilarante. Eccezione alla regola è costituita da "Il rosso segno della follia" (1969), in cui è proprio un’agente sotto copertura, Helen Wood, che pone fine agli omicidi dello psicopatico impotente John Harrington (ma si tratta più che altro di un espediente retorico, dato che la rivelazione della vera identità della donna rientra nel colpo di scena finale e che per tutto il resto del film la polizia brancola nel buio). Anche in "Cani arrabbiati" ("Semaforo rosso"), infine, Bava lavorò contro le più elementari regole del genere poliziesco: nel film (la cui durata corrisponde, pressappoco, alla durata della storia narrata), a parte lo scontro a fuoco e l’inseguimento iniziali, i rappresentanti della legge non compaiono nemmeno e lo spettatore, grazie ai continui primi piani e all’attenzione per i dettagli, si trova a stretto contatto con i protagonisti, un contatto sempre più spiacevole e claustrofobico, visto che “avviene” nell’angusto spazio di un’automobile rubata e condotta da delinquenti disposti a tutto, lontano dalla polizia... (Il Corbaccio)

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lunedì 3 novembre 2008

La sopravvissuta (The Undead) di Roger Corman



La sopravvissuta (The Undead, USA 1957) di Roger Corman. Con Pamela Duncan, Richard Garland, Allison Hayes, Val Dufour. 71' B/N.

Diana (Pamela Duncan), una prostituta, viene scelta dal giovane scienziato Quintus Ratcliff (Val Dufour) per un esperimento sensazionale: arrivare mediante ipnosi alla conoscenza della storia passata. Ipnotizzata da Quintus, Pamela si trova in catene in una prigione medievale per stregoneria. Riuscita a fuggire, si rifugia in una bara assieme a un morto per evitare un cavaliere, ma le cose si complicano sempre più... (Rudy Salvagnini, "Dizionario dei film HORROR", Corte del Fontego, Venezia, 2007)

Very rare (and very good) Roger Corman early entry into horror/fantasy genre. A prostitute, Diana, is transported by a couple of scientists into her past life - into Middle Ages. But there she is condemned as a witch who must be burned... It's a little campy and cheap but, by strange way, a very entertainment movie. And of course, there is a bunch of dancing zombie-girls! "One of Corman's best early films" (Leonard Maltin's Movie Guide)

FILM IN LINGUA ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

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domenica 2 novembre 2008

Philippe Sarde/Roman Polanski: Tess & Le locataire Original Soundtracks



- For more amazing video clips, click here


AFFITTASI APPARTAMENTO

Palazzo tranquillo - Ammobiliato 2 stanze

Il precedente inquilino si è suicidato


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sabato 1 novembre 2008

Liar, Liar - The Best of The Castaways





Con la sua fulminante e sincopata introduzione d'organo, titillata da due semplicissimi pizzichi di chitarra elettrica, e seguìta a ruota da un favoloso ritornello in falsetto, "Liar, Liar" è una delle indiscusse regine del garage-rock statunitense degli anni '60. Fu incisa nel 1965 per conto dell'etichetta "Soma" e raggiunse velocemente il 12° posto nella classifica di Billboard. Io la conobbi nel lontano 1987, in un cinema vicino casa che ormai ha spento la lampada di proiezione da diversi anni. A presentarmela, sul piatto di un giradischi militare, fu l'irriverente DJ Adrian Cronauer/Robin Williams di "Good Morning Vietnam". Fu amore a primo udito, tant'è vero che mi fiondai sul 33 giri della colonna sonora come un agguerrito marine su un vietcong. Certo, nel film di Barry Levinson - regista dalla carriera incredibilmente discontinua - si ascoltavano anche i Searchers e gli Them, Martha Reeves e Wayne Fontana, senza contare James Brown e i Beach Boys... Ma "Liar, Liar" dei Castaways, assieme a Forest Whitaker, rappresentarono le mie due personali "scoperte" (Williams da Ork, al contrario, mi aveva già insegnato da parecchio il suo "nano-nano"). Quando fecero breccia nelle hit-parade, i Castaways si esibivano regolarmente già da tre anni, perlopiù in occasione delle feste dei college. Il gruppo, infatti, si era formato a Minneapolis nel 1962 attorno al nucleo Roy Hensley (chitarra), Dick Roby (basso) e Denny Craswell (batteria). Ma fu in seguito alla trasformazione in quintetto, con l'aggiunta di Bob Folschow (chitarra solista) e Jim Donna (voce, organo e piano, autore dei pezzi), che il gruppo conseguì il vero successo. Un successo mai più bissato, nonostante l'apparizione dei cinque ragazzi nel film "It's a bikini world" (1967). Una vera e propria meteora beat, che nonostante tutto continua la sua lenta combustione (la band si produce in "Class Reunion", "Private Party" e Convention varie). Nel 1999, dei Castaways è uscita un'antologia a cura della "Plum Records", intitolata "Liar, Liar - The Best of the Castaways" e di ormai difficile reperibilità. (Il Corbaccio)

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"Liar, Liar" lyrics

Chorus: Liar, liar, pants on fire
Your nose is longer than a telephone wire

Ask me, baby, why I'm sad
You've been out all night, know you've been bad
Don't tell me different, know it's a lie
Come kill me, honey, see how I cry

Why must you hurt me, do what you do
Listen here, girl, can't you see I love you
Make a little effort, try to be true
I'll be happy, not so blue

Chorus

If you keep on tellin' me those lies
Still goin' out with other guys
There'll come a day I'll be gone
Take my advice, won't be long

When that day comes, won't be mad
Be free of you, but I'll still be sad
In spite of your cheatin', still love you so
I'll be unhappy if I let you go

Chorus

Last Scene di Paul Verhoeven



"Last Scene" rappresenta l'11° episodio della terza stagione della serie TV americana "The Hitchhiker", nota in Italia col titolo "I viaggiatori delle tenebre". Andato in onda negli States il 25 marzo 1986, l'episodio è diretto da Paul Verhoeven, regista tra gli altri, di "Kitty Tippel", "Il quarto uomo", "Basic Instinct" ed il recente "Black Book". Il mediometraggio in questione narra la storia di un'attricetta così poco dotata che rischia di mandare a monte le riprese dello slasher-movie di cui è protagonista. Per rendere l'inetta all'altezza dell'ultima fondamentale scena, il regista della pellicola, interpretato da Peter Coyote ("Luna di fiele"), prima la seduce e poi la terrorizza facendole credere di essere realmente minacciata dal killer della finzione.

P.S. L'episodio è in inglese senza sottotitoli...

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Les Baxter - Cry Of The Banshee + The Edgar Allan Poe Suite



Cry Of The Banshee (Satana in corpo)

Un film di Gordon Hessler. Con Vincent Price, Hugh Griffith, Essy Persson, Elisabeth Bergner, Stephen Rea. Genere Horror, colore, 87 minuti. - Produzione Gran Bretagna 1970.

Nell'Inghilterra del XVI secolo un nobile, con l'aiuto del sanguinario figlio, perseguita le streghe, ma saranno le streghe a sterminare la famiglia. Un piccolo horror stregonesco con piccole perversioni erotiche e uno sviluppo narrativo inadeguato allo spunto di partenza. Vincent Price di elegante efficacia.

(Il Morandini, Zanichelli, Bologna, 2006).

Tracklist:

Side One
Cry Of The Banshee (Simphonic suite based on themes from the motion picture score)

Side Two

The Edgar Allan Poe Suite:
A. The Tell-Tale Heart
B. The Sphinx
C. The Cask of Amontillado
D. The Pit and the Pendulum

Composed and conducted by Les Baxter

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venerdì 31 ottobre 2008

Napoléon di Abel Gance



«La vita di Napoleone Bonaparte (1769-1821) dall'inverno del 1781 quando, dodicenne, frequenta il collegio militare di Brienne sino all'inizio della campagna d'Italia quando, ormai Generale, nell'aprile 1796 guida nella battaglia di Montezemolo (Cuneo) quella che sarebbe diventata la grande Armée. Nel faraonico progetto di Gance (1889-1981) doveva essere solo il primo di sei episodi di un gigantesco affresco napoleonico sino a Waterloo e Sant'Elena. Il cineasta non riuscirà a girare che questo, finanziato da un gruppo di produttori (tra cui Pathé) e di banchieri, che misero a disposizione la cifra, allora altissima, di 18 milioni di franchi. Frutto di 14 mesi di riprese e di 450.000 metri di pellicola impressionata (circa 40 ore), il film ebbe la sua anteprima pubblica il 7 aprile 1927 all'Opéra di Parigi dove fu proiettata, però, una copia dimezzata rispetto all'edizione originale di 12.000 m, circa 7 ore di proiezione a 24 fotogrammi al secondo (nel muto, però, i film erano proiettati a velocità variabile: 16, 18 o 20 fotogrammi al secondo.) “Napoleone – disse Gance – è un parossismo della sua epoca, la quale è un parossismo della storia. E il cinema è, per me, il parossismo della vita.” La più visionaria tra le opere di un cineasta visionario, Napoléon è caratterizzato da molte innovazioni espressive e tecniche. La più celebre è il sistema Polyvision che consiste nell'uso di 3 schermi affiancati che allargano la visione, come si sarebbe fatto 25 anni dopo col Cinerama. Gance lo impiegò in 3 sequenze, quella del dibattito alla Convenzione, quella del “Ballo delle vittime” e quella della marcia dell'esercito francese verso l'Italia (quest'ultima è l'unica che oggi possiamo vedere, perché Gance in un momento di sconforto distrusse le altre due). Gance inventò e impiegò anche diversi dispositivi per mettere la cinepresa in movimento (a dorso di cavallo, in ceste oscillanti nell'aria, ecc.), ricorse a sovrimpressioni multiple, allo split-screen, ottenuto artigianalmente, all'uso soggettivo della cinepresa. Il regista fece muovere parecchio la mdp perché lo spettatore doveva “incorporarsi al dramma visivo”.
... La forza specifica di Napoléon consiste soprattutto nella varietà dei toni e dei registri nei quali Gance ha voluto incastonare questo gigantesco affresco” (Jacques Loucelles). È un proposito che Gance perseguì anche a livello narrativo, mescolando le storie quotidiane di personaggi anonimi e la Storia con la maiuscola. È ovviamente un Napoleone “visto da Abel Gance”, cioè storicamente opinabile. Un critico gauchiste dell'epoca, Léon Moussinac, scrisse che “non ha più verità storica della Chanson de Roland”, aggiungendo che era “un Bonaparte per apprendisti fascisti”. Qui esagerava: traspare dal film un'esplicita identificazione di Gance con il suo eroe, ma la sua volontà di potenza coincide con quella che Gance attribuiva a se stesso come regista demiurgo e stratega: il suo campo di battaglia era il cinema. Pur nella loro enfatica magniloquenza, che sfiora persino l'ingenuità, non sono poche le sequenze memorabili, tra cui la tempesta durante il viaggio dalla Corsica alla Francia, l'assedio e la presa di Tolone, il discorso del Generale alla Convenzione, l'arrivo dell'esercito francese in Italia. Oltre a Dieudonné, austero protagonista dai tratti aquilini, spiccano le interpretazioni di Artaud (Marat), G. Manès (Giuseppina), Annabella (l'innamorata infelice). Non esisteva una “edizione originale” di Napoléon. Qualcuno ne ha contate 19. La 13ma cioè la 1ma versione sonorizzata Napoléon Bonaparte vu et entendu par Abel Gance (1935) fu curata dallo stesso regista, comprende scene nuove girate nel 1934, con nuovi attori, e circolò, almeno in Francia, per una ventina d'anni; ne esiste un'altra del 1971 Napoléon et la revolution anch'essa supervisionata da Gance. La partitura originale, scritta da Arthur Honegger per l'anteprima all'Opéra, risultava perduta, ma è stata recuperata negli anni '80. Consiste in sette brani per altrettanti episodi, più un ottavo (Danse des enfants), tratto da Honegger da una sua pantomima musicale giovanile. Negli anni '70 l'inglese Kevin Bronlow approntò 2 versioni successive del film di 290 e di 313 minuti con una partitura musicale di Carl Davis. Su quelle due versioni si è basato Francis F. Coppola per le proiezioni al City Music Hall nel 1981, con la musica del padre Carmine. In televisione il film passa generalmente in un'edizione di 110 minuti.»

(da Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli, Bologna, 2006 & Cristina Bragaglia, Storia del cinema francese, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995).

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Grazie a Taringa!

martedì 27 maggio 2008

Ciao Sydney






Non sono un esperto di necrologi, né avevo nel cassetto della scrivania un "coccodrillo" pronto per il grande Sydney Pollack, morto ieri all'età di 73 anni nella sua casa di Los Angeles. Oltre che regista e produttore cinematografico, Pollack è stato anche un ottimo attore. Il Corbaccio, che ha avuto l'onore di conoscerlo di persona al Festival di Venezia del 2000, lo ricorderà sempre nei panni dell'agente di Michael Dorsey/Dustin Hoffman in "Tootsie", uno dei suoi film più celebri ed acclamati. Nel videoclip qui sopra potrete gustare anche voi l'esilarante battibecco tra l'esasperato George (Pollack) ed il "fiero rompipalle" Michael (Hoffman), una scoppiettante girandola di battute degna del miglior Ben Hecht (non a caso, l'American Film Institute ha posto "Tootsie" in seconda posizione nella sua classifica delle migliori cento commedie statunitensi). A chi conoscesse poco o niente dell'opera di Pollack, consiglio caldamente di vedere almeno "Non si uccidono così anche i cavalli?", "Yakuza" e "I tre giorni del Condor".

P.S. Per facilitare la comprensione del video, in inglese e non sottotitolato, ne ho trascritto la parte finale, in cui i dialoghi si fanno più serrati. Eccola:

Sydney Pollack/George Fields: You've got one of the worst reputations in this town, Michael. Nobody will hire you.

Michael Dorsey/Dustin Hoffman: Are you saying that nobody in New York will work with me?

Sydney Pollack/George Fields: Nobody in Hollywood wants to work with you either. I can't even send you up for a commercial. You played a tomato for thirty seconds, and they went over schedule because you wouldn't sit down.

Michael Dorsey/Dustin Hoffman: Yes, it wasn't logical.

Sydney Pollack/George Fields: You were a tomato! A tomato doesn't have logic. A tomato can't move!

Michael Dorsey/Dustin Hoffman: That's what I said. So if it can't move, how's it going to sit down? I was a stand-up tomato. A juicy, sexy, beefsteak tomato! Nobody does vegetables like me! I did an evening of vegetables off-Broadway! I did the best tomato, the best cucumber! I did an endive salad that knocked the critics on their ass!

Sydney Pollack/George Fields: Michael, I'm trying to stay calm here. You are a wonderful actor...

Michael Dorsey/Dustin Hoffman: Thank you.

Sydney Pollack/George Fields: ... but you're too much trouble. Get some therapy!

lunedì 26 maggio 2008

Michel Gondry sulle Strisce Bianche



È uscito nelle sale "Be Kind Rewind - Gli acchiappafilm", il nuovo film di Michel Gondry ("Se mi lasci ti cancello", "L'arte del sogno"). In attesa di vederlo, ecco due videoclip che il regista francese, in passato, ha realizzato per gli White Stripes: "Dead Leaves And The Dirty Ground" e "The Hardest Button to Button". Causa repentina associazione di idee, posto anche una mia vecchia recensione dell'album "Get Behind Me Satan"...






Ad un primo, distratto ascolto, molti fan degli White Stripes potranno rimanere scioccati dal nuovo album della band di Detroit. Con "Get Behind Me Satan", infatti, i "fratelli" Jack e Meg White (rispettivamente voce/chitarra e batteria) hanno accantonato il rock strettamente guitar-based che li ha resi celebri, e hanno prodotto il disco più sperimentale della loro carriera. Tutti i 13 brani del disco, registrato in appena 14 giorni nei Third Man Studios, sono stati concepiti a partire da piano, chitarra acustica e marimba, e soltanto in tre di essi Jack dà libero sfogo ai suoi virtuosismi sulle sei corde. Il primo è "Blue Orchid", in cui un inconsueto canto in falsetto in stile Prince si innesta su un riff ossessivo ed ipnotico, nella migliore tradizione del glorioso hard-rock anni '70. Il secondo, "Instinct Blues", è un blues elettrico divinamente ruvido, sporco e selvaggio che Jimi Hendrix avrebbe senz'altro adorato. Il terzo, infine, è "Red Rain", di nuovo un potente rock-blues, percorso però da folgori di acidissima psichedelia. Ma è negli altri pezzi dell'album che si avverte il cambio di rotta delle Strisce Bianche (o, meglio, la loro strabiliante versatilità musicale). "The Nurse" si apre come una delicata melodia caraibica (il canto è quasi un sussurro, e lievi sono i tocchi di maraca e marimba), per essere poi "pugnalata" da violenti affondi di chitarra e batteria. "My Doorbell" è un irresistibile e trascinante divertissement honky-tonk, mentre sulla contagiosa ballata "Little Ghost" è decisamente palpapile l'influenza della stella country Loretta Lynn, della quale Jack ha prodotto l'ultimo disco. Decisamente notevoli sono anche "White Moon", struggente "notturno per piano", "The Denial Twist", energico r'n'r, e "I'm Lonely", coinvolgente gospel che sembra sbucato dagli anni '50. Nell'album - assolutamente da possedere - c'è anche spazio per la voce di Meg, che canta la breve ed ambigua filastrocca "Passive Manipulation". (Il Corbaccio

The Stripes' clips

Dal nano alla nanny





Di "Nanny, la governante" ho già parlato sabato scorso. Ma prima di entrare "in medias res" cliccando sul link sottostante, mi pare d'uopo introdurre di nuovo il film con una succinta sinossi. Ne ho scelta una in inglese, giacché la versione della pellicola qui proposta ha soltanto la traccia audio originale, ed è persino sprovvista di sottotitoli. Non me ne vogliate! Anche se in merito all'annosa "questione del doppiaggio" non sono un cinefilo intransigente (io adoro i nostri meravigliosi "prestavoce"), certe performance - come quella della Davis - andrebbero "ascoltate" almeno una volta nella lingua originale. E poi - particolare non trascurabile - in Rete circola esclusivamente questa versione di "The Nanny"...


Nanny la governante (The Nanny) - Regia: Seth Holt - Cast: Bette Davis, William Dix, Pamela Franklin, James Villiers, Wendy Craig, Jill Bennett - Sceneggiatura: Jimmy Sangster - Genere: Thriller psicologico - Colore: B/N - Durata: 93' - Produzione: Gb 1965 - Distribuzione DEAR FOX


Plot Synopsis

In this thriller (which represented something of a departure for Hammer Films, noted for their gothic period pieces), Joey Fane (William Dix) has returned home after two years in an institution for mentally ill children. His sister drowned, and his family believes that Joey was to blame, despite his claims of innocence. Joey is convinced that the family's Nanny (Bette Davis) was responsible and refuses to have anything to do with her, but only neighbor girl Bobby (Pamela Franklin) agrees that there's something sinister about the woman minding the house. When Joey's neurotic mother Virginia (Wendy Craig) nearly dies after eating tainted food prepared by the Nanny, Virginia's sister Penelope (Jill Bennett) comes by to help. Penelope soon witnesses the bad blood between Joey and the Nanny, though before long she begins to think that the boy might be right about her after all. Jimmy Sangster adapted the screenplay from a novel by Evelyn Piper. (allmovie)

Link

domenica 25 maggio 2008

Barbara Bouchet, corruttrice di nani... Part 2





Nel patchwork, una serie di "screen-captures" tratte dalla scena incriminata di "Non si sevizia un paperino". Nella prima foto, invece, una sorridente Barbara Bouchet sulla terrazza dell'Hotel Excelsior al Lido di Venezia, in occasione della 61ma edizione del Festival cinematografico. Nel secondo scatto, infine, l'attrice assieme a Quentin Tarantino pochi minuti prima della proiezione del film di Lucio Fulci, sempre durante la 61ma Mostra del Cinema di Venezia.

sabato 24 maggio 2008

Barbara Bouchet, corruttrice di nani...



"Era un nanetto di venticinque anni il 'bambino' corrotto da Barbara Bouchet nella scena 'calda' del film ['Non si sevizia un paperino'] denunciato alla Magistratura da uno spettatore scandalizzato [...]
In realtà la produzione s'aspettava la denuncia ed aveva predisposto tutte le prove. Della scena girata esiste una documentazione fotografica ed il nano, il professor Domenico Semeraro, si pose subito a disposizione della Magistratura. Che a quanto pare è rimasta malissimo. Abbiamo intervistato Semeraro, insegnante d'applicazioni tecniche in tre diversi istituti medi di Roma, perito agrario, venticinque anni, nato ad Ostuni (Brindisi), incredibilmente piccolo, con un volto delicatissimo e puerile, ex-commissario se non proprio di pubblica sicurezza delle guardie zoofile, il miglior tassidermista (cioè imbalsamatore) romano [...]
Il Rovani narra che i nani milanesi al principio del secolo scorso s'organizzarono e rapirono tutte le più belle donne della città e particolarmente le gentildonne lasciandole libere solo dopo averle stuprate [...]
I nani costituiscono una potenziale società segreta perché pur non avendo mai formato associazioni si conoscono tutti tra di loro: infatti quando s'incontrano si contattano subito, si scambiano gli indirizzi e sono assolutamente solidali. Qualche volta si sposano tra nani ma il nano ha sempre un certo complesso per la donna normale [...]"

Da "Men" del 5 febbraio 1973 (leggi l'articolo illustrato di Armando Stefani)

Vademecum orrorifico per mamme indaffarate






Pred(ic)atori fasulli, tetri preti, parroci maniaci, tate tarate, "Bloody Mary Poppins" e alberi inferi: orchi e lupi cattivi pullul(ul)ano sul grande schermo. Filmografia "essenziale" ad uso e consumo delle mamme che non trovano il tempo di leggere i fratelli Grimm ai propri frugoletti.


M, il mostro di Düsseldorf (1931)

In città regna il terrore: un mostro violenta e uccide delle bambine. La malavita organizzata, danneggiata negli affari dalle continue retate della polizia, organizza una caccia all'uomo insieme ai mendicanti. L'assassino, individuato grazie ad un motivetto che è solito fischiare (tratto dal "Peer Gynt" di Grieg), viene catturato, processato e condannato a morte da una giuria di criminali, ma le forze dell'ordine lo salvano dall'esecuzione. Ispirato al caso autentico di Peter Kürten, detto il "Vampiro di Düsseldorf" perché beveva il sangue delle proprie vittime, "M" è il primo film sonoro girato da Fritz Lang, che si serve in modo moderno della nuova tecnica, e probabilmente è il primo film nella storia del cinema ad occuparsi esplicitamente di una devianza sessuale. Costituisce anche l'esordio per il "gigantesco" Peter Lorre, adattissimo a rappresentare l'ambigua e terrificante "normalità" dell'infanticida. A metà strada tra il giallo e il dramma sociale (c'è chi lo considera specchio del tracollo morale della Germania), il film, che si sofferma ampiamente sul tema dell'opposizione tra giustizia ufficiale e giustizia privata, fece scalpore perché la criminalità vi appare più efficiente e rassicurante della polizia.

La morte corre sul fiume (1955)

Harry Powell (Robert Mitchum), falso pastore protestante, sposa e uccide la vedova Harper (Shelley Winters) per impadronirsi del bottino di una rapina fatta dal marito. Ma John e Pearl, i due figlioletti della vedova, unici a sapere dov'è nascosto il denaro, riescono a sfuggire al "Reverendo" allontanandosi sul fiume, e trovano rifugio presso Rachel, una vecchietta che ospita trovatelli. Il predicatore come orco, i due fratelli come Hänsel e Gretel, l'anziana salvatrice come fata buona, gli animaletti che assistono alla fuga dei bimbi: "La morte corre sul fiume" è un'eccezionale fiaba nera che ha il suo punto di forza non tanto in uno stringente meccanismo narrativo, quanto nell'atmosfera d'angoscia e di minaccia che incombe sulle giovani vittime. Atmosfera il cui merito spetta in egual misura all'originalissimo stile registico di Charles Laughton - influenzato sia dall'espressionismo tedesco (l'ombra di Powell che "divora" il bambino) che dal simbolismo (i capelli della donna annegata che fluttuano come alghe) -, alla grande prova d'attore di Mitchum (il suo memorabile "villain", che porta le parole "Love" e "Hate" tatuate sulle mani, verrà citato da generazioni di cineasti), e alla splendida fotografia di Stanley Cortez. Eppure il film, così anomalo e difficilmente classificabile, fu un fiasco commerciale e rimase dunque l'unica regia di Laughton. Ci vollero anni prima che assurgesse all'attuale stato di cult-movie.

Nanny la governante (1965)

Dopo aver trascorso due anni in un istituto psichiatrico per il trauma subìto alla misteriosa morte della sorellina, il piccolo Joey Fane torna a casa e dimostra un'inspiegabile ostilità nei confronti dell'anziana governante (Bette Davis), amata invece dal resto della famiglia. Il comportamento del bambino desta serie preoccupazioni, e quando sua madre e sua zia rischiano di morire avvelenate, i sospetti ricadono immediatamente su di lui. Ma Joey sa chi è il vero responsabile ed è convinto che la vecchia "nanny" non solo abbia ucciso sua sorella, ma che ora voglia anche sbarazzarsi di lui. Diretto con mano sicura da Seth Holt, questo thriller psicologico si avvale dell'ineccepibile sceneggiatura di Jimmy Sangster, incentrata sull'estenuante gara di nervi tra la governante ed il bambino, del senso di claustrofobia che emana dagli ambienti, e soprattutto della magistrale performance della Davis, che ancora una volta - dopo lo strepitoso successo di "Baby Jane" - offre un notevole ritratto di una donna affetta da tare psichiche. Il film, poi, sviluppa in modo efficace un tema per eccellenza hitchcockiano, quello dell'innocente ritenuto colpevole: l'idea di essere ingiustamente accusati è già abbastanza spaventosa per un adulto, figurarsi per un bimbo di dieci anni che ne ha trascorsi due in una clinica!

Non si sevizia un paperino (1972)

Accendura, aspro paese dell'Italia meridionale, è sconvolto dalle barbare uccisioni di alcuni bambini. Il sospettato numero uno è lo scemo del villaggio, che però viene scagionato non appena si verifica un altro delitto. Le forze dell'ordine brancolano nel buio e la rabbia della comunità, fomentata dalla superstizione, si sfoga contro la "Maciara" (Florinda Bolkan), un'eremita alienata dedita a pratiche di magia. La mentecatta viene lapidata dai genitori delle vittime, ma un ennesimo omicidio dimostra la sua innocenza. Saranno il giornalista milanese Andrea Martelli (Tomas Milian) ed un'affascinante ragazza originaria del posto (Barbara Bouchet) a scoprire la vera e sconvolgente identità dell'assassino. L'ottimo cast (oltre alla Bolkan e a Milian, anche Irene Papas e Marc Porel), l'avvincente e ben congegnata sceneggiatura, l'attenta caratterizzazione psicologica dei personaggi, la scelta inconsueta ed azzeccata dell'ambientazione (efferati omicidi compiuti alla luce del sole), e le numerose, felici notazioni di carattere antropologico e sociologico, fanno di "Non si sevizia un paperino" un capolavoro assoluto del giallo italiano. Lucio Fulci, a differenza di quanto farà in seguito, non indulge neppure al grandguignol (eccezion fatta per la brutale uccisione della "Maciara" sulle struggenti note di "Quei giorni insieme a te" della Vanoni, e per la morte di Don Alberto). Il film passò seri guai con la censura (fu sequestrato perché in una sequenza la Bouchet compariva nuda in compagnia di un bambino, ma al processo venne dimostrato che il bimbo era in realtà un nano maggiorenne), e fu duramente attaccato dai cattolici più intransigenti a causa della non tanto velata pedofilia del parroco.

L'albero del male (1990)

I giovani sposi Phil e Kate, da poco trasferitisi a Los Angeles in una villa ai margini del bosco, affidano il proprio neonato a Camilla (Jenny Seagrove), una baby-sitter dolce e competente. In realtà la donna, che si è servita di false referenze e falso nome, è una seguace di un antico culto druidico che prevede sacrifici di bambini ad un grande albero, nel quale albergano potenti spiriti maligni. Per il suo ritorno all'horror dopo "L'esorcista", William Friedkin adatta per il grande schermo un romanzo di Dan Greenburg e lo integra con tutto il repertorio più spaventoso dei fratelli Grimm, sfornando un film cupo, crudele e nero come la pece, che fa leva su paure ancestrali e superstizioni popolari (nel tristemente celebre "Malleus maleficarum" dei domenicani Institor e Sprenger si parla continuamente di "streghe ostetriche" che provocano aborti oppure offrono al diavolo i bambini che riescono a rapire). Ottima la Seagrove, credibile sia come tata premurosa che come terribile megera, anche se qui la vera protagonista è la Natura, non Madre, bensì Matrigna tetra e malvagia. Com'è nelle sue corde, Friedkin fa un uso essenziale degli effetti speciali (davvero efficaci quelli del finale, in cui il padre di famiglia, armato di una motosega, ingaggia una lotta all'ultimo sangue con l'albero maledetto), e comunque non prima di aver portato la tensione ai limiti del parossismo. Inquietanti le soggettive del bebè ed i grandangoli dalla culla, che restituiscono perfettamente il senso di straniamento dell'infante di fronte al mondo degli adulti.

Cittadino X (1995) e Evilenko, il comunista che mangiava i bambini (2003)

Ben due i film che raccontano le folli gesta del feroce serial-killer russo Andrei Chikatilo, meglio noto come il "Cannibale di Rostov", che negli anni '80 uccise più di 50 tra bambini e adolescenti. Il primo, diretto da Chris Gerolmo ed interpretato da Donald Sutherland e Stephen Rea, intreccia la classica struttura della "caccia al mostro" con l'interessante descrizione dei meccanismi della rigida burocrazia sovietica e degli ostacoli che essa frappose alle indagini. Il secondo, che l'esordiente David Grieco ha tratto da un proprio romanzo, si interroga invece sulle possibili origini della psicopatologia del pluriomicida, affidandosi in larga parte alla bravura di Malcom McDowell. Chikatilo, che visse gran parte della sua vita come un insospettabile marito ed insegnante, di solito adescava le sue giovanissime "prede" sui treni o nelle stazioni ferroviarie, poi le seviziava, ne mutilava il cadavere e se ne cibava. Fu giustiziato con una revolverata alla nuca nel '94. (Il Corbaccio)

P.S. Indovinello: chi è la guest-star del patchwork fotografico?