venerdì 31 ottobre 2008

Napoléon di Abel Gance



«La vita di Napoleone Bonaparte (1769-1821) dall'inverno del 1781 quando, dodicenne, frequenta il collegio militare di Brienne sino all'inizio della campagna d'Italia quando, ormai Generale, nell'aprile 1796 guida nella battaglia di Montezemolo (Cuneo) quella che sarebbe diventata la grande Armée. Nel faraonico progetto di Gance (1889-1981) doveva essere solo il primo di sei episodi di un gigantesco affresco napoleonico sino a Waterloo e Sant'Elena. Il cineasta non riuscirà a girare che questo, finanziato da un gruppo di produttori (tra cui Pathé) e di banchieri, che misero a disposizione la cifra, allora altissima, di 18 milioni di franchi. Frutto di 14 mesi di riprese e di 450.000 metri di pellicola impressionata (circa 40 ore), il film ebbe la sua anteprima pubblica il 7 aprile 1927 all'Opéra di Parigi dove fu proiettata, però, una copia dimezzata rispetto all'edizione originale di 12.000 m, circa 7 ore di proiezione a 24 fotogrammi al secondo (nel muto, però, i film erano proiettati a velocità variabile: 16, 18 o 20 fotogrammi al secondo.) “Napoleone – disse Gance – è un parossismo della sua epoca, la quale è un parossismo della storia. E il cinema è, per me, il parossismo della vita.” La più visionaria tra le opere di un cineasta visionario, Napoléon è caratterizzato da molte innovazioni espressive e tecniche. La più celebre è il sistema Polyvision che consiste nell'uso di 3 schermi affiancati che allargano la visione, come si sarebbe fatto 25 anni dopo col Cinerama. Gance lo impiegò in 3 sequenze, quella del dibattito alla Convenzione, quella del “Ballo delle vittime” e quella della marcia dell'esercito francese verso l'Italia (quest'ultima è l'unica che oggi possiamo vedere, perché Gance in un momento di sconforto distrusse le altre due). Gance inventò e impiegò anche diversi dispositivi per mettere la cinepresa in movimento (a dorso di cavallo, in ceste oscillanti nell'aria, ecc.), ricorse a sovrimpressioni multiple, allo split-screen, ottenuto artigianalmente, all'uso soggettivo della cinepresa. Il regista fece muovere parecchio la mdp perché lo spettatore doveva “incorporarsi al dramma visivo”.
... La forza specifica di Napoléon consiste soprattutto nella varietà dei toni e dei registri nei quali Gance ha voluto incastonare questo gigantesco affresco” (Jacques Loucelles). È un proposito che Gance perseguì anche a livello narrativo, mescolando le storie quotidiane di personaggi anonimi e la Storia con la maiuscola. È ovviamente un Napoleone “visto da Abel Gance”, cioè storicamente opinabile. Un critico gauchiste dell'epoca, Léon Moussinac, scrisse che “non ha più verità storica della Chanson de Roland”, aggiungendo che era “un Bonaparte per apprendisti fascisti”. Qui esagerava: traspare dal film un'esplicita identificazione di Gance con il suo eroe, ma la sua volontà di potenza coincide con quella che Gance attribuiva a se stesso come regista demiurgo e stratega: il suo campo di battaglia era il cinema. Pur nella loro enfatica magniloquenza, che sfiora persino l'ingenuità, non sono poche le sequenze memorabili, tra cui la tempesta durante il viaggio dalla Corsica alla Francia, l'assedio e la presa di Tolone, il discorso del Generale alla Convenzione, l'arrivo dell'esercito francese in Italia. Oltre a Dieudonné, austero protagonista dai tratti aquilini, spiccano le interpretazioni di Artaud (Marat), G. Manès (Giuseppina), Annabella (l'innamorata infelice). Non esisteva una “edizione originale” di Napoléon. Qualcuno ne ha contate 19. La 13ma cioè la 1ma versione sonorizzata Napoléon Bonaparte vu et entendu par Abel Gance (1935) fu curata dallo stesso regista, comprende scene nuove girate nel 1934, con nuovi attori, e circolò, almeno in Francia, per una ventina d'anni; ne esiste un'altra del 1971 Napoléon et la revolution anch'essa supervisionata da Gance. La partitura originale, scritta da Arthur Honegger per l'anteprima all'Opéra, risultava perduta, ma è stata recuperata negli anni '80. Consiste in sette brani per altrettanti episodi, più un ottavo (Danse des enfants), tratto da Honegger da una sua pantomima musicale giovanile. Negli anni '70 l'inglese Kevin Bronlow approntò 2 versioni successive del film di 290 e di 313 minuti con una partitura musicale di Carl Davis. Su quelle due versioni si è basato Francis F. Coppola per le proiezioni al City Music Hall nel 1981, con la musica del padre Carmine. In televisione il film passa generalmente in un'edizione di 110 minuti.»

(da Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli, Bologna, 2006 & Cristina Bragaglia, Storia del cinema francese, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995).

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Grazie a Taringa!

martedì 27 maggio 2008

Ciao Sydney






Non sono un esperto di necrologi, né avevo nel cassetto della scrivania un "coccodrillo" pronto per il grande Sydney Pollack, morto ieri all'età di 73 anni nella sua casa di Los Angeles. Oltre che regista e produttore cinematografico, Pollack è stato anche un ottimo attore. Il Corbaccio, che ha avuto l'onore di conoscerlo di persona al Festival di Venezia del 2000, lo ricorderà sempre nei panni dell'agente di Michael Dorsey/Dustin Hoffman in "Tootsie", uno dei suoi film più celebri ed acclamati. Nel videoclip qui sopra potrete gustare anche voi l'esilarante battibecco tra l'esasperato George (Pollack) ed il "fiero rompipalle" Michael (Hoffman), una scoppiettante girandola di battute degna del miglior Ben Hecht (non a caso, l'American Film Institute ha posto "Tootsie" in seconda posizione nella sua classifica delle migliori cento commedie statunitensi). A chi conoscesse poco o niente dell'opera di Pollack, consiglio caldamente di vedere almeno "Non si uccidono così anche i cavalli?", "Yakuza" e "I tre giorni del Condor".

P.S. Per facilitare la comprensione del video, in inglese e non sottotitolato, ne ho trascritto la parte finale, in cui i dialoghi si fanno più serrati. Eccola:

Sydney Pollack/George Fields: You've got one of the worst reputations in this town, Michael. Nobody will hire you.

Michael Dorsey/Dustin Hoffman: Are you saying that nobody in New York will work with me?

Sydney Pollack/George Fields: Nobody in Hollywood wants to work with you either. I can't even send you up for a commercial. You played a tomato for thirty seconds, and they went over schedule because you wouldn't sit down.

Michael Dorsey/Dustin Hoffman: Yes, it wasn't logical.

Sydney Pollack/George Fields: You were a tomato! A tomato doesn't have logic. A tomato can't move!

Michael Dorsey/Dustin Hoffman: That's what I said. So if it can't move, how's it going to sit down? I was a stand-up tomato. A juicy, sexy, beefsteak tomato! Nobody does vegetables like me! I did an evening of vegetables off-Broadway! I did the best tomato, the best cucumber! I did an endive salad that knocked the critics on their ass!

Sydney Pollack/George Fields: Michael, I'm trying to stay calm here. You are a wonderful actor...

Michael Dorsey/Dustin Hoffman: Thank you.

Sydney Pollack/George Fields: ... but you're too much trouble. Get some therapy!

lunedì 26 maggio 2008

Michel Gondry sulle Strisce Bianche



È uscito nelle sale "Be Kind Rewind - Gli acchiappafilm", il nuovo film di Michel Gondry ("Se mi lasci ti cancello", "L'arte del sogno"). In attesa di vederlo, ecco due videoclip che il regista francese, in passato, ha realizzato per gli White Stripes: "Dead Leaves And The Dirty Ground" e "The Hardest Button to Button". Causa repentina associazione di idee, posto anche una mia vecchia recensione dell'album "Get Behind Me Satan"...






Ad un primo, distratto ascolto, molti fan degli White Stripes potranno rimanere scioccati dal nuovo album della band di Detroit. Con "Get Behind Me Satan", infatti, i "fratelli" Jack e Meg White (rispettivamente voce/chitarra e batteria) hanno accantonato il rock strettamente guitar-based che li ha resi celebri, e hanno prodotto il disco più sperimentale della loro carriera. Tutti i 13 brani del disco, registrato in appena 14 giorni nei Third Man Studios, sono stati concepiti a partire da piano, chitarra acustica e marimba, e soltanto in tre di essi Jack dà libero sfogo ai suoi virtuosismi sulle sei corde. Il primo è "Blue Orchid", in cui un inconsueto canto in falsetto in stile Prince si innesta su un riff ossessivo ed ipnotico, nella migliore tradizione del glorioso hard-rock anni '70. Il secondo, "Instinct Blues", è un blues elettrico divinamente ruvido, sporco e selvaggio che Jimi Hendrix avrebbe senz'altro adorato. Il terzo, infine, è "Red Rain", di nuovo un potente rock-blues, percorso però da folgori di acidissima psichedelia. Ma è negli altri pezzi dell'album che si avverte il cambio di rotta delle Strisce Bianche (o, meglio, la loro strabiliante versatilità musicale). "The Nurse" si apre come una delicata melodia caraibica (il canto è quasi un sussurro, e lievi sono i tocchi di maraca e marimba), per essere poi "pugnalata" da violenti affondi di chitarra e batteria. "My Doorbell" è un irresistibile e trascinante divertissement honky-tonk, mentre sulla contagiosa ballata "Little Ghost" è decisamente palpapile l'influenza della stella country Loretta Lynn, della quale Jack ha prodotto l'ultimo disco. Decisamente notevoli sono anche "White Moon", struggente "notturno per piano", "The Denial Twist", energico r'n'r, e "I'm Lonely", coinvolgente gospel che sembra sbucato dagli anni '50. Nell'album - assolutamente da possedere - c'è anche spazio per la voce di Meg, che canta la breve ed ambigua filastrocca "Passive Manipulation". (Il Corbaccio

The Stripes' clips

Dal nano alla nanny





Di "Nanny, la governante" ho già parlato sabato scorso. Ma prima di entrare "in medias res" cliccando sul link sottostante, mi pare d'uopo introdurre di nuovo il film con una succinta sinossi. Ne ho scelta una in inglese, giacché la versione della pellicola qui proposta ha soltanto la traccia audio originale, ed è persino sprovvista di sottotitoli. Non me ne vogliate! Anche se in merito all'annosa "questione del doppiaggio" non sono un cinefilo intransigente (io adoro i nostri meravigliosi "prestavoce"), certe performance - come quella della Davis - andrebbero "ascoltate" almeno una volta nella lingua originale. E poi - particolare non trascurabile - in Rete circola esclusivamente questa versione di "The Nanny"...


Nanny la governante (The Nanny) - Regia: Seth Holt - Cast: Bette Davis, William Dix, Pamela Franklin, James Villiers, Wendy Craig, Jill Bennett - Sceneggiatura: Jimmy Sangster - Genere: Thriller psicologico - Colore: B/N - Durata: 93' - Produzione: Gb 1965 - Distribuzione DEAR FOX


Plot Synopsis

In this thriller (which represented something of a departure for Hammer Films, noted for their gothic period pieces), Joey Fane (William Dix) has returned home after two years in an institution for mentally ill children. His sister drowned, and his family believes that Joey was to blame, despite his claims of innocence. Joey is convinced that the family's Nanny (Bette Davis) was responsible and refuses to have anything to do with her, but only neighbor girl Bobby (Pamela Franklin) agrees that there's something sinister about the woman minding the house. When Joey's neurotic mother Virginia (Wendy Craig) nearly dies after eating tainted food prepared by the Nanny, Virginia's sister Penelope (Jill Bennett) comes by to help. Penelope soon witnesses the bad blood between Joey and the Nanny, though before long she begins to think that the boy might be right about her after all. Jimmy Sangster adapted the screenplay from a novel by Evelyn Piper. (allmovie)

Link

domenica 25 maggio 2008

Barbara Bouchet, corruttrice di nani... Part 2





Nel patchwork, una serie di "screen-captures" tratte dalla scena incriminata di "Non si sevizia un paperino". Nella prima foto, invece, una sorridente Barbara Bouchet sulla terrazza dell'Hotel Excelsior al Lido di Venezia, in occasione della 61ma edizione del Festival cinematografico. Nel secondo scatto, infine, l'attrice assieme a Quentin Tarantino pochi minuti prima della proiezione del film di Lucio Fulci, sempre durante la 61ma Mostra del Cinema di Venezia.

sabato 24 maggio 2008

Barbara Bouchet, corruttrice di nani...



"Era un nanetto di venticinque anni il 'bambino' corrotto da Barbara Bouchet nella scena 'calda' del film ['Non si sevizia un paperino'] denunciato alla Magistratura da uno spettatore scandalizzato [...]
In realtà la produzione s'aspettava la denuncia ed aveva predisposto tutte le prove. Della scena girata esiste una documentazione fotografica ed il nano, il professor Domenico Semeraro, si pose subito a disposizione della Magistratura. Che a quanto pare è rimasta malissimo. Abbiamo intervistato Semeraro, insegnante d'applicazioni tecniche in tre diversi istituti medi di Roma, perito agrario, venticinque anni, nato ad Ostuni (Brindisi), incredibilmente piccolo, con un volto delicatissimo e puerile, ex-commissario se non proprio di pubblica sicurezza delle guardie zoofile, il miglior tassidermista (cioè imbalsamatore) romano [...]
Il Rovani narra che i nani milanesi al principio del secolo scorso s'organizzarono e rapirono tutte le più belle donne della città e particolarmente le gentildonne lasciandole libere solo dopo averle stuprate [...]
I nani costituiscono una potenziale società segreta perché pur non avendo mai formato associazioni si conoscono tutti tra di loro: infatti quando s'incontrano si contattano subito, si scambiano gli indirizzi e sono assolutamente solidali. Qualche volta si sposano tra nani ma il nano ha sempre un certo complesso per la donna normale [...]"

Da "Men" del 5 febbraio 1973 (leggi l'articolo illustrato di Armando Stefani)

Vademecum orrorifico per mamme indaffarate






Pred(ic)atori fasulli, tetri preti, parroci maniaci, tate tarate, "Bloody Mary Poppins" e alberi inferi: orchi e lupi cattivi pullul(ul)ano sul grande schermo. Filmografia "essenziale" ad uso e consumo delle mamme che non trovano il tempo di leggere i fratelli Grimm ai propri frugoletti.


M, il mostro di Düsseldorf (1931)

In città regna il terrore: un mostro violenta e uccide delle bambine. La malavita organizzata, danneggiata negli affari dalle continue retate della polizia, organizza una caccia all'uomo insieme ai mendicanti. L'assassino, individuato grazie ad un motivetto che è solito fischiare (tratto dal "Peer Gynt" di Grieg), viene catturato, processato e condannato a morte da una giuria di criminali, ma le forze dell'ordine lo salvano dall'esecuzione. Ispirato al caso autentico di Peter Kürten, detto il "Vampiro di Düsseldorf" perché beveva il sangue delle proprie vittime, "M" è il primo film sonoro girato da Fritz Lang, che si serve in modo moderno della nuova tecnica, e probabilmente è il primo film nella storia del cinema ad occuparsi esplicitamente di una devianza sessuale. Costituisce anche l'esordio per il "gigantesco" Peter Lorre, adattissimo a rappresentare l'ambigua e terrificante "normalità" dell'infanticida. A metà strada tra il giallo e il dramma sociale (c'è chi lo considera specchio del tracollo morale della Germania), il film, che si sofferma ampiamente sul tema dell'opposizione tra giustizia ufficiale e giustizia privata, fece scalpore perché la criminalità vi appare più efficiente e rassicurante della polizia.

La morte corre sul fiume (1955)

Harry Powell (Robert Mitchum), falso pastore protestante, sposa e uccide la vedova Harper (Shelley Winters) per impadronirsi del bottino di una rapina fatta dal marito. Ma John e Pearl, i due figlioletti della vedova, unici a sapere dov'è nascosto il denaro, riescono a sfuggire al "Reverendo" allontanandosi sul fiume, e trovano rifugio presso Rachel, una vecchietta che ospita trovatelli. Il predicatore come orco, i due fratelli come Hänsel e Gretel, l'anziana salvatrice come fata buona, gli animaletti che assistono alla fuga dei bimbi: "La morte corre sul fiume" è un'eccezionale fiaba nera che ha il suo punto di forza non tanto in uno stringente meccanismo narrativo, quanto nell'atmosfera d'angoscia e di minaccia che incombe sulle giovani vittime. Atmosfera il cui merito spetta in egual misura all'originalissimo stile registico di Charles Laughton - influenzato sia dall'espressionismo tedesco (l'ombra di Powell che "divora" il bambino) che dal simbolismo (i capelli della donna annegata che fluttuano come alghe) -, alla grande prova d'attore di Mitchum (il suo memorabile "villain", che porta le parole "Love" e "Hate" tatuate sulle mani, verrà citato da generazioni di cineasti), e alla splendida fotografia di Stanley Cortez. Eppure il film, così anomalo e difficilmente classificabile, fu un fiasco commerciale e rimase dunque l'unica regia di Laughton. Ci vollero anni prima che assurgesse all'attuale stato di cult-movie.

Nanny la governante (1965)

Dopo aver trascorso due anni in un istituto psichiatrico per il trauma subìto alla misteriosa morte della sorellina, il piccolo Joey Fane torna a casa e dimostra un'inspiegabile ostilità nei confronti dell'anziana governante (Bette Davis), amata invece dal resto della famiglia. Il comportamento del bambino desta serie preoccupazioni, e quando sua madre e sua zia rischiano di morire avvelenate, i sospetti ricadono immediatamente su di lui. Ma Joey sa chi è il vero responsabile ed è convinto che la vecchia "nanny" non solo abbia ucciso sua sorella, ma che ora voglia anche sbarazzarsi di lui. Diretto con mano sicura da Seth Holt, questo thriller psicologico si avvale dell'ineccepibile sceneggiatura di Jimmy Sangster, incentrata sull'estenuante gara di nervi tra la governante ed il bambino, del senso di claustrofobia che emana dagli ambienti, e soprattutto della magistrale performance della Davis, che ancora una volta - dopo lo strepitoso successo di "Baby Jane" - offre un notevole ritratto di una donna affetta da tare psichiche. Il film, poi, sviluppa in modo efficace un tema per eccellenza hitchcockiano, quello dell'innocente ritenuto colpevole: l'idea di essere ingiustamente accusati è già abbastanza spaventosa per un adulto, figurarsi per un bimbo di dieci anni che ne ha trascorsi due in una clinica!

Non si sevizia un paperino (1972)

Accendura, aspro paese dell'Italia meridionale, è sconvolto dalle barbare uccisioni di alcuni bambini. Il sospettato numero uno è lo scemo del villaggio, che però viene scagionato non appena si verifica un altro delitto. Le forze dell'ordine brancolano nel buio e la rabbia della comunità, fomentata dalla superstizione, si sfoga contro la "Maciara" (Florinda Bolkan), un'eremita alienata dedita a pratiche di magia. La mentecatta viene lapidata dai genitori delle vittime, ma un ennesimo omicidio dimostra la sua innocenza. Saranno il giornalista milanese Andrea Martelli (Tomas Milian) ed un'affascinante ragazza originaria del posto (Barbara Bouchet) a scoprire la vera e sconvolgente identità dell'assassino. L'ottimo cast (oltre alla Bolkan e a Milian, anche Irene Papas e Marc Porel), l'avvincente e ben congegnata sceneggiatura, l'attenta caratterizzazione psicologica dei personaggi, la scelta inconsueta ed azzeccata dell'ambientazione (efferati omicidi compiuti alla luce del sole), e le numerose, felici notazioni di carattere antropologico e sociologico, fanno di "Non si sevizia un paperino" un capolavoro assoluto del giallo italiano. Lucio Fulci, a differenza di quanto farà in seguito, non indulge neppure al grandguignol (eccezion fatta per la brutale uccisione della "Maciara" sulle struggenti note di "Quei giorni insieme a te" della Vanoni, e per la morte di Don Alberto). Il film passò seri guai con la censura (fu sequestrato perché in una sequenza la Bouchet compariva nuda in compagnia di un bambino, ma al processo venne dimostrato che il bimbo era in realtà un nano maggiorenne), e fu duramente attaccato dai cattolici più intransigenti a causa della non tanto velata pedofilia del parroco.

L'albero del male (1990)

I giovani sposi Phil e Kate, da poco trasferitisi a Los Angeles in una villa ai margini del bosco, affidano il proprio neonato a Camilla (Jenny Seagrove), una baby-sitter dolce e competente. In realtà la donna, che si è servita di false referenze e falso nome, è una seguace di un antico culto druidico che prevede sacrifici di bambini ad un grande albero, nel quale albergano potenti spiriti maligni. Per il suo ritorno all'horror dopo "L'esorcista", William Friedkin adatta per il grande schermo un romanzo di Dan Greenburg e lo integra con tutto il repertorio più spaventoso dei fratelli Grimm, sfornando un film cupo, crudele e nero come la pece, che fa leva su paure ancestrali e superstizioni popolari (nel tristemente celebre "Malleus maleficarum" dei domenicani Institor e Sprenger si parla continuamente di "streghe ostetriche" che provocano aborti oppure offrono al diavolo i bambini che riescono a rapire). Ottima la Seagrove, credibile sia come tata premurosa che come terribile megera, anche se qui la vera protagonista è la Natura, non Madre, bensì Matrigna tetra e malvagia. Com'è nelle sue corde, Friedkin fa un uso essenziale degli effetti speciali (davvero efficaci quelli del finale, in cui il padre di famiglia, armato di una motosega, ingaggia una lotta all'ultimo sangue con l'albero maledetto), e comunque non prima di aver portato la tensione ai limiti del parossismo. Inquietanti le soggettive del bebè ed i grandangoli dalla culla, che restituiscono perfettamente il senso di straniamento dell'infante di fronte al mondo degli adulti.

Cittadino X (1995) e Evilenko, il comunista che mangiava i bambini (2003)

Ben due i film che raccontano le folli gesta del feroce serial-killer russo Andrei Chikatilo, meglio noto come il "Cannibale di Rostov", che negli anni '80 uccise più di 50 tra bambini e adolescenti. Il primo, diretto da Chris Gerolmo ed interpretato da Donald Sutherland e Stephen Rea, intreccia la classica struttura della "caccia al mostro" con l'interessante descrizione dei meccanismi della rigida burocrazia sovietica e degli ostacoli che essa frappose alle indagini. Il secondo, che l'esordiente David Grieco ha tratto da un proprio romanzo, si interroga invece sulle possibili origini della psicopatologia del pluriomicida, affidandosi in larga parte alla bravura di Malcom McDowell. Chikatilo, che visse gran parte della sua vita come un insospettabile marito ed insegnante, di solito adescava le sue giovanissime "prede" sui treni o nelle stazioni ferroviarie, poi le seviziava, ne mutilava il cadavere e se ne cibava. Fu giustiziato con una revolverata alla nuca nel '94. (Il Corbaccio)

P.S. Indovinello: chi è la guest-star del patchwork fotografico?