martedì 11 novembre 2008

Il mostro di Luigi Zampa + OST di Ennio Morricone




Valerio Barigozzi (Johnny Dorelli), giornalista fallito che sbarca il lunario curando "la piccola posta del cuore" di un quotidiano con lo pseudonimo "Contessa Esmeralda", un giorno riceve la lettera di un potenziale assassino che gli annuncia di voler ammazzare un attore televisivo. Sempre in cerca del "grande colpo all'americana", Barigozzi si reca al macabro appuntamento e scopre che il mostro ha mantenuto la sua delittuosa promessa. Altri omicidi si susseguono e Barigozzi, ormai divenuto interlocutore privilegiato dell'assassino, ne è sempre informato in anticipo. Questo strano filo rosso che lo lega al serial-killer lo rende sì ricco e famoso (i suoi vecchi libri gialli verranno ristampati, ma stavolta senza pseudonimo anglofono), ma gli procurano anche numerosi grattacapi con la polizia, che lo arresta e lo costringe a dimostrare la propria innocenza. Ma la trama gialla del film ha pure un preciso sottotesto: la parabola ascendente del Barigozzi, da oscuro redattore con scrivania a ridosso del cesso a editorialista di prim'ordine, è contaddistinta da un difficile rapporto con il timido e complessato figlio, che dapprima ha subìto la frustrazione e il livore paterni, per essere poi sostanzialmente accantonato dal genitore con il sopraggiungere della tanto agognata notorietà. Luigi Zampa, che negli anni del boom economico aveva giocosamente sferzato le italiche debolezze, qui si fa crudele e spietato, facendo del suo protagonista un campione di cinismo ed ipocrisia, un inguaribile opportunista che se ne frega del mondo e delle sue sventure, se non nella misura in cui possono tornargli utili. Il vero mostro, dunque. La sceneggiatura di Sergio Donati - siamo dalle parti di "L'asso nella manica" di Billy Wilder - è perfetta, e Johnny Dorelli, forse, alla miglior prova della sua carriera. Livido e disperato il finale. (Il Corbaccio)

P.S. La copertina del DVD è un obbrobrio.

Soundtrack

lunedì 10 novembre 2008

Bunny Lake è scomparsa OST + Bonus Tracks




Ann Lake (Carol Lynley), ragazza-madre da poco trasferitasi a Londra dagli States per raggiungere il fratello Stephen (Keir Dullea), al termine del primo giorno di scuola della figlioletta Bunny, si reca a prenderla, ma la bambina è scomparsa. Anzi, sembra quasi che non sia mai esistita. La direttrice dell'asilo, al pari degli altri ragazzini dell'istituto, non ricorda di aver mai visto la bimba, nel registro di classe manca il suo nome, e alla scuola non è mai arrivata la quota di iscrizione, malgrado Stephen mostri la matrice del suo assegno. Le indagini sulla sparizione di Bunny vengono allora affidate all'ispettore Newhouse (Laurence Oliver). Durante la sua inchiesta, questi si imbatte in una serie di personaggi enigmatici, strani e bizzarri: l'anziana signora Ada Ford (Martita Hunt), che vive al piano superiore della scuola e che registra con un magnetofono gli incubi dei bambini per trarne un libro; Horatio Wilson (Noël Coward in un ruolo autoironico), padrone di casa di Ann, masochista con una collezione di maschere africane, di fruste sadomaso, e un culto per il Marchese de Sade; ed infine l'arcigna e decisamente poco materna cuoca tedesca della scuola che, guardacaso, si licenzia proprio il giorno della scomparsa di Bunny. Ma allorché tutti i beni personali della piccola Bunny Lake vengono misteriosamente rubati, i sospetti di Newhouse e della polizia cadono anche sulla madre. Forti di un'incauta confidenza di Stephen (da piccola, Ann si era creata un'amichetta immaginaria di nome Bunny), le forze dell'ordine cominciano a credere che tutto sia frutto dell'immaginazione della donna.
Grazie all'impeccabile sceneggiatura di John e Penelope Mortimer (ma il romanzo di Evelyn Piper era già passato per le mani di Dalton Trumbo e per quelle di Ira Levin), e grazie soprattutto all'ottima caratterizzazione dei personaggi - su tutti quello dell'instabile ed irrequieto della Lynley - Otto Preminger non scioglie sino alla fine il clima di ambiguità su cui si regge la pellicola, ed instilla più di un dubbio anche negli spettatori sulla reale esistenza della bambina. "Bunny Lake è scomparsa" è un film piuttosto insolito, che mette a confronto mondi e personaggi completamente differenti (l'algida Inghilterra di Newhouse e la "nevrotica" America di Ann). La storia poi, in periodo di piena Swinging London (alla televisione cantano gli Zombies), sfrutta l'appeal di una Londra oscura e sinistra, immersa in un clima ancora tetramente vittoriano.
Si tratta di un noir atipico, con forti venature da thriller psicologico (non a caso il finale ricorda da vicino quello di "Psycho"). Per l'epoca, inoltre, affronta temi decisamente scabrosi (incesto, figli illegittimi e omosessualità).
Da menzionare i superbi titoli di testa di Saul Bass. (Il Corbaccio)

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domenica 9 novembre 2008

Ma come si può uccidere un bambino?







E se un giorno i bambini - da sempre i soggetti più vulnerabili alle guerre, ai massacri e alle carestie - decidessero di ribellarsi allo scellerato mondo degli adulti? Accadrà allora che le parti si invertano: alla follia distruttrice dei grandi subentrerà quella dei piccoli, tanto più violenta quanto meno gli adulti avranno il coraggio di alzare le mani sui ragazzi. Questa la premessa su cui poggia "Ma come si può uccidere un bambino?" dello spagnolo Narciso Ibáñez Serrador, un'ipotesi già collaudata dal cinema di fantascienza ne "Il villaggio dei dannati" di Wolf Rilla. Il film suppone che una giovane coppia di coniugi inglesi, Tom ed Evelyn, si rechino in vacanza ad Almanzora, un'isoletta immaginaria lontana poche miglia dalle coste iberiche. Qui appare chiaro sin dal primo momento che qualcosa non va: in giro non si trova un adulto a pagarlo oro, e frotte di ragazzini scorrazzano indisturbate per le strade con fare sospetto. I due sposi inglesi non tardano a scoprire che i "frugoletti" in pantaloni corti e gonnelline sono efferati assassini che, dopo aver allegramente trucidato i familiari (da brivido la rivisitazione del gioco della pentolaccia, col cadavere di un vecchio appeso a testa in giù), s'apprestano ad eliminare anche loro. La "covata malefica" - e in questo risiede la forza del film - si aggira furtiva per le stradine deserte e assolate del villaggio o si acquatta silenziosa nelle bianche casette tipiche della Spagna. Per creare suspense, come osservava acutamente Hitchcock, non occorrono grida improvvise o luoghi oscuri e tenebrosi (vedi "Intrigo internazionale"). Serrador ha imparato la lezione: gli bastano il trillo di un telefono, il lieve ondeggiare di una tenda, il sorriso ambiguo di una bimba. E il tutto sotto il Sole abbacinante del Mediterraneo. Dunque è doppiamente encomiabile la rinunzia al sensazionalismo e al grandguignol. Ottima la scelta degli interpreti Lewis Fiander e Prunella Ransome, sempre in parte. Unica nota stonata il prologo che, ricordando con immagini di repertorio i milioni di bambini uccisi dagli adulti durante i conflitti, tenta di giustificare la loro rivolta. Ma la morale è decisamente posticcia, tanto più che all'uscita del film Serrador scongiurò di non cercare metafore politiche nel film. (Il Corbaccio)

Links per il film in spagnolo

Link per la colonna sonora

sabato 8 novembre 2008

Il fantasma del palcoscenico OST



Swan (Paul Williams), discografico senza scrupoli che ha stretto un patto col diavolo e che vorrebbe inaugurare il suo nuovo fantasmagorico music-hall il "Paradiso" con un'opera d'impatto, deruba il talentuoso compositore Winslow Leach (William Finley) delle sue bellissime partiture ispirate al "Faust" di Goethe; quindi, grazie a degli sbirri prezzolati, lo fa arrestare per droga e rinchiudere nel penitenziario di "Sing-Sing". Ingannato ed umiliato, Leach riesce ad evadere in cerca di vendetta, ma rimane sfigurato da una pressa per dischi. Celatosi dietro ad una maschera, si aggira così per i meandri del "Paradiso", incombendo minaccioso sugli spettacoli allestiti con le sue canzoni stravolte. Swan lo scopre e gli propone un accordo: Winslow potrà finire la sua musica, e Swan, in cambio, affiderà un ruolo di primo piano a Phoenix, bella e brava cantante di cui Winslow è innamorato. Essendo stipulato col sangue però, l'accordo, più che mendace, si rivelerà fatale...
Visionario e barocco sino all'eccesso, imbevuto di citazioni colte ed ironiche (si veda la scena della doccia presa da Hitchcock), supportato da un cast affiatato, dalle ardite scenografie e dai colori sgargianti, il film è uno dei più freschi ed esuberanti di Brian De Palma, che ha saputo abilmente coniugare i momenti comici a quelli drammatici (ma non manca neppure una forte componente melò). Da menzionare la straordinaria colonna sonora di Paul Williams (l'attore che interpreta Swan), che in pratica ripropone tutta la musica leggera americana dagli anni '50 in poi (si va da "Goodbye, Eddie, Goodbye", un godibilissimo doo-wop a "Life at Last", un pezzo glam-rock in stile Alice Cooper, passando per "Upholstery", un "surf" degno dei migliori Beach Boys). (Il Corbaccio)

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Mani di bimba

martedì 4 novembre 2008

La ragazza che sapeva troppo di Mario Bava



Turista USA (L. Roman), a Roma è coinvolta in una serie di delitti con le vittime in ordine alfabetico che fanno capo alla casa di un'enigmatica signora Laura (V. Cortese). Inaugura il filone del thriller all'italiana (giallo a enigma + paura, con l'accento messo su suspense e ammazzamenti). La formula fu ripresa da Bava in "Sei donne per l'assassino" (1964) e portata al successo da Dario Argento in "L'uccello dalle piume di cristallo" (1970). Firmata da sei – tra cui M. De Concini e il regista – la sceneggiatura è scombinata e la suspense funziona soltanto all'interno delle singole sequenze. Apprezzabile, invece, come esercizio di regia anche perché la paura e il fantastico non nascono dal buio, dall'ombra, ma dalla luce in un suggestivo bianconero. Ultimo film di cui Bava cura anche la fotografia.
(Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli, Bologna, 2006)


Bava: il poliziesco senza la polizia

È significativo che il primo approccio di Bava al poliziesco sia stato “forzato”. Nel 1957, infatti, i produttori de "I vampiri" di Riccardo Freda, di cui l’eclettico regista ligure, non ancora passato dietro la mdp, curava la fotografia, temendo che il film fosse troppo audace per il pubblico del tempo (oggi è unanimemente considerato il primo horror italiano) e cercando di smorzarne la violenza, gli affidarono il compito di girare alcune ordinarie scene d’indagine ed uno scontato "happy ending" da inserire nel montaggio finale. Forse memore dell’esperienza, Bava, che di ogni genere frequentato nell’arco della sua carriera ha sempre aborrito le convezioni, quando diresse il suo primo thriller, l’hitchcockiano "La ragazza che sapeva troppo" (1962), si premurò subito di apportarvi delle sostanziali innovazioni. Anzitutto ambientò la fosca vicenda in una solare e turistica Roma, apparentemente inconciliabile con un intrigo giallo che a tratti assume persino dei toni soprannaturali. Le indagini che la giovane americana Nora Davis compie assieme al dottor Bassi dopo aver assistito ad un efferato omicidio compiuto sulla scalinata di Trinità dei Monti, la portano dunque a fare una sorta di moderno “Grand Tour” della città capitolina (si va dal Pincio alla spiaggia di Ostia, passando per il quartiere Coppedè, che in seguito sarà più volte sfruttato anche da Dario Argento). Bava arricchì poi il tradizionale schema del “whodunit” con l’introduzione di un doppio assassino (in questo caso il prof. Torrani, che uccide per coprire i delitti della moglie folle), espediente narrativo da lui stesso ripreso in "Sei donne per l’assassino" e successivamente copiato da Argento per "L’uccello dalle piume di cristallo". Infine, ma non meno importante, affidò il ruolo investigativo ai protagonisti invece che alla polizia. Sempre più disinteressato alla struttura narrativa e alla verosimiglianza dell’intreccio, nei suoi film seguenti Bava ridusse ulteriormente l’importanza delle forze dell’ordine. In "Sei donne per l’assassino", macabro giallo in cui gli atroci delitti sono filmati con uno stile visionario e barocco, Silvestri, ispettore di polizia tanto arrogante quanto incompetente, non solo non approda ad alcuna conclusione utile, ma ritarda addirittura la soluzione del caso fornendo inconsapevolmente un alibi all’assassino. In "Operazione paura" (1966), uno stupendo horror dove il piano della realtà e quello dell’incubo si mescolano di continuo creando un’atmosfera straniante (sono da antologia sia la sequenza in cui il protagonista insegue il suo doppio attraverso una serie di stanze uguali che le varie apparizioni della bambina-fantasma, figura alla quale si ispirò Fellini per "Toby Dammit", episodio di "Tre passi nel delirio"), tra le vittime delle morti misteriose che affliggono un tetro villaggio tedesco di fine Ottocento ci sono persino il commissario di polizia e il borgomastro. In "Diabolik" (1967), trasposizione in chiave pop del celebre fumetto delle sorelle Giussani, il nero eroe mascherato non si accontenta soltanto di mettere a segno i propri colpi e di sventare le trappole dell’ispettore Ginko, ma trova anche il tempo di beffarsi goliardicamente dell’ordine costituito sabotando una conferenza stampa del Ministro dell’Interno con del gas esilarante. Eccezione alla regola è costituita da "Il rosso segno della follia" (1969), in cui è proprio un’agente sotto copertura, Helen Wood, che pone fine agli omicidi dello psicopatico impotente John Harrington (ma si tratta più che altro di un espediente retorico, dato che la rivelazione della vera identità della donna rientra nel colpo di scena finale e che per tutto il resto del film la polizia brancola nel buio). Anche in "Cani arrabbiati" ("Semaforo rosso"), infine, Bava lavorò contro le più elementari regole del genere poliziesco: nel film (la cui durata corrisponde, pressappoco, alla durata della storia narrata), a parte lo scontro a fuoco e l’inseguimento iniziali, i rappresentanti della legge non compaiono nemmeno e lo spettatore, grazie ai continui primi piani e all’attenzione per i dettagli, si trova a stretto contatto con i protagonisti, un contatto sempre più spiacevole e claustrofobico, visto che “avviene” nell’angusto spazio di un’automobile rubata e condotta da delinquenti disposti a tutto, lontano dalla polizia... (Il Corbaccio)

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lunedì 3 novembre 2008

La sopravvissuta (The Undead) di Roger Corman



La sopravvissuta (The Undead, USA 1957) di Roger Corman. Con Pamela Duncan, Richard Garland, Allison Hayes, Val Dufour. 71' B/N.

Diana (Pamela Duncan), una prostituta, viene scelta dal giovane scienziato Quintus Ratcliff (Val Dufour) per un esperimento sensazionale: arrivare mediante ipnosi alla conoscenza della storia passata. Ipnotizzata da Quintus, Pamela si trova in catene in una prigione medievale per stregoneria. Riuscita a fuggire, si rifugia in una bara assieme a un morto per evitare un cavaliere, ma le cose si complicano sempre più... (Rudy Salvagnini, "Dizionario dei film HORROR", Corte del Fontego, Venezia, 2007)

Very rare (and very good) Roger Corman early entry into horror/fantasy genre. A prostitute, Diana, is transported by a couple of scientists into her past life - into Middle Ages. But there she is condemned as a witch who must be burned... It's a little campy and cheap but, by strange way, a very entertainment movie. And of course, there is a bunch of dancing zombie-girls! "One of Corman's best early films" (Leonard Maltin's Movie Guide)

FILM IN LINGUA ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

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