lunedì 26 maggio 2008

Dal nano alla nanny





Di "Nanny, la governante" ho già parlato sabato scorso. Ma prima di entrare "in medias res" cliccando sul link sottostante, mi pare d'uopo introdurre di nuovo il film con una succinta sinossi. Ne ho scelta una in inglese, giacché la versione della pellicola qui proposta ha soltanto la traccia audio originale, ed è persino sprovvista di sottotitoli. Non me ne vogliate! Anche se in merito all'annosa "questione del doppiaggio" non sono un cinefilo intransigente (io adoro i nostri meravigliosi "prestavoce"), certe performance - come quella della Davis - andrebbero "ascoltate" almeno una volta nella lingua originale. E poi - particolare non trascurabile - in Rete circola esclusivamente questa versione di "The Nanny"...


Nanny la governante (The Nanny) - Regia: Seth Holt - Cast: Bette Davis, William Dix, Pamela Franklin, James Villiers, Wendy Craig, Jill Bennett - Sceneggiatura: Jimmy Sangster - Genere: Thriller psicologico - Colore: B/N - Durata: 93' - Produzione: Gb 1965 - Distribuzione DEAR FOX


Plot Synopsis

In this thriller (which represented something of a departure for Hammer Films, noted for their gothic period pieces), Joey Fane (William Dix) has returned home after two years in an institution for mentally ill children. His sister drowned, and his family believes that Joey was to blame, despite his claims of innocence. Joey is convinced that the family's Nanny (Bette Davis) was responsible and refuses to have anything to do with her, but only neighbor girl Bobby (Pamela Franklin) agrees that there's something sinister about the woman minding the house. When Joey's neurotic mother Virginia (Wendy Craig) nearly dies after eating tainted food prepared by the Nanny, Virginia's sister Penelope (Jill Bennett) comes by to help. Penelope soon witnesses the bad blood between Joey and the Nanny, though before long she begins to think that the boy might be right about her after all. Jimmy Sangster adapted the screenplay from a novel by Evelyn Piper. (allmovie)

Link

domenica 25 maggio 2008

Barbara Bouchet, corruttrice di nani... Part 2





Nel patchwork, una serie di "screen-captures" tratte dalla scena incriminata di "Non si sevizia un paperino". Nella prima foto, invece, una sorridente Barbara Bouchet sulla terrazza dell'Hotel Excelsior al Lido di Venezia, in occasione della 61ma edizione del Festival cinematografico. Nel secondo scatto, infine, l'attrice assieme a Quentin Tarantino pochi minuti prima della proiezione del film di Lucio Fulci, sempre durante la 61ma Mostra del Cinema di Venezia.

sabato 24 maggio 2008

Barbara Bouchet, corruttrice di nani...



"Era un nanetto di venticinque anni il 'bambino' corrotto da Barbara Bouchet nella scena 'calda' del film ['Non si sevizia un paperino'] denunciato alla Magistratura da uno spettatore scandalizzato [...]
In realtà la produzione s'aspettava la denuncia ed aveva predisposto tutte le prove. Della scena girata esiste una documentazione fotografica ed il nano, il professor Domenico Semeraro, si pose subito a disposizione della Magistratura. Che a quanto pare è rimasta malissimo. Abbiamo intervistato Semeraro, insegnante d'applicazioni tecniche in tre diversi istituti medi di Roma, perito agrario, venticinque anni, nato ad Ostuni (Brindisi), incredibilmente piccolo, con un volto delicatissimo e puerile, ex-commissario se non proprio di pubblica sicurezza delle guardie zoofile, il miglior tassidermista (cioè imbalsamatore) romano [...]
Il Rovani narra che i nani milanesi al principio del secolo scorso s'organizzarono e rapirono tutte le più belle donne della città e particolarmente le gentildonne lasciandole libere solo dopo averle stuprate [...]
I nani costituiscono una potenziale società segreta perché pur non avendo mai formato associazioni si conoscono tutti tra di loro: infatti quando s'incontrano si contattano subito, si scambiano gli indirizzi e sono assolutamente solidali. Qualche volta si sposano tra nani ma il nano ha sempre un certo complesso per la donna normale [...]"

Da "Men" del 5 febbraio 1973 (leggi l'articolo illustrato di Armando Stefani)

Vademecum orrorifico per mamme indaffarate






Pred(ic)atori fasulli, tetri preti, parroci maniaci, tate tarate, "Bloody Mary Poppins" e alberi inferi: orchi e lupi cattivi pullul(ul)ano sul grande schermo. Filmografia "essenziale" ad uso e consumo delle mamme che non trovano il tempo di leggere i fratelli Grimm ai propri frugoletti.


M, il mostro di Düsseldorf (1931)

In città regna il terrore: un mostro violenta e uccide delle bambine. La malavita organizzata, danneggiata negli affari dalle continue retate della polizia, organizza una caccia all'uomo insieme ai mendicanti. L'assassino, individuato grazie ad un motivetto che è solito fischiare (tratto dal "Peer Gynt" di Grieg), viene catturato, processato e condannato a morte da una giuria di criminali, ma le forze dell'ordine lo salvano dall'esecuzione. Ispirato al caso autentico di Peter Kürten, detto il "Vampiro di Düsseldorf" perché beveva il sangue delle proprie vittime, "M" è il primo film sonoro girato da Fritz Lang, che si serve in modo moderno della nuova tecnica, e probabilmente è il primo film nella storia del cinema ad occuparsi esplicitamente di una devianza sessuale. Costituisce anche l'esordio per il "gigantesco" Peter Lorre, adattissimo a rappresentare l'ambigua e terrificante "normalità" dell'infanticida. A metà strada tra il giallo e il dramma sociale (c'è chi lo considera specchio del tracollo morale della Germania), il film, che si sofferma ampiamente sul tema dell'opposizione tra giustizia ufficiale e giustizia privata, fece scalpore perché la criminalità vi appare più efficiente e rassicurante della polizia.

La morte corre sul fiume (1955)

Harry Powell (Robert Mitchum), falso pastore protestante, sposa e uccide la vedova Harper (Shelley Winters) per impadronirsi del bottino di una rapina fatta dal marito. Ma John e Pearl, i due figlioletti della vedova, unici a sapere dov'è nascosto il denaro, riescono a sfuggire al "Reverendo" allontanandosi sul fiume, e trovano rifugio presso Rachel, una vecchietta che ospita trovatelli. Il predicatore come orco, i due fratelli come Hänsel e Gretel, l'anziana salvatrice come fata buona, gli animaletti che assistono alla fuga dei bimbi: "La morte corre sul fiume" è un'eccezionale fiaba nera che ha il suo punto di forza non tanto in uno stringente meccanismo narrativo, quanto nell'atmosfera d'angoscia e di minaccia che incombe sulle giovani vittime. Atmosfera il cui merito spetta in egual misura all'originalissimo stile registico di Charles Laughton - influenzato sia dall'espressionismo tedesco (l'ombra di Powell che "divora" il bambino) che dal simbolismo (i capelli della donna annegata che fluttuano come alghe) -, alla grande prova d'attore di Mitchum (il suo memorabile "villain", che porta le parole "Love" e "Hate" tatuate sulle mani, verrà citato da generazioni di cineasti), e alla splendida fotografia di Stanley Cortez. Eppure il film, così anomalo e difficilmente classificabile, fu un fiasco commerciale e rimase dunque l'unica regia di Laughton. Ci vollero anni prima che assurgesse all'attuale stato di cult-movie.

Nanny la governante (1965)

Dopo aver trascorso due anni in un istituto psichiatrico per il trauma subìto alla misteriosa morte della sorellina, il piccolo Joey Fane torna a casa e dimostra un'inspiegabile ostilità nei confronti dell'anziana governante (Bette Davis), amata invece dal resto della famiglia. Il comportamento del bambino desta serie preoccupazioni, e quando sua madre e sua zia rischiano di morire avvelenate, i sospetti ricadono immediatamente su di lui. Ma Joey sa chi è il vero responsabile ed è convinto che la vecchia "nanny" non solo abbia ucciso sua sorella, ma che ora voglia anche sbarazzarsi di lui. Diretto con mano sicura da Seth Holt, questo thriller psicologico si avvale dell'ineccepibile sceneggiatura di Jimmy Sangster, incentrata sull'estenuante gara di nervi tra la governante ed il bambino, del senso di claustrofobia che emana dagli ambienti, e soprattutto della magistrale performance della Davis, che ancora una volta - dopo lo strepitoso successo di "Baby Jane" - offre un notevole ritratto di una donna affetta da tare psichiche. Il film, poi, sviluppa in modo efficace un tema per eccellenza hitchcockiano, quello dell'innocente ritenuto colpevole: l'idea di essere ingiustamente accusati è già abbastanza spaventosa per un adulto, figurarsi per un bimbo di dieci anni che ne ha trascorsi due in una clinica!

Non si sevizia un paperino (1972)

Accendura, aspro paese dell'Italia meridionale, è sconvolto dalle barbare uccisioni di alcuni bambini. Il sospettato numero uno è lo scemo del villaggio, che però viene scagionato non appena si verifica un altro delitto. Le forze dell'ordine brancolano nel buio e la rabbia della comunità, fomentata dalla superstizione, si sfoga contro la "Maciara" (Florinda Bolkan), un'eremita alienata dedita a pratiche di magia. La mentecatta viene lapidata dai genitori delle vittime, ma un ennesimo omicidio dimostra la sua innocenza. Saranno il giornalista milanese Andrea Martelli (Tomas Milian) ed un'affascinante ragazza originaria del posto (Barbara Bouchet) a scoprire la vera e sconvolgente identità dell'assassino. L'ottimo cast (oltre alla Bolkan e a Milian, anche Irene Papas e Marc Porel), l'avvincente e ben congegnata sceneggiatura, l'attenta caratterizzazione psicologica dei personaggi, la scelta inconsueta ed azzeccata dell'ambientazione (efferati omicidi compiuti alla luce del sole), e le numerose, felici notazioni di carattere antropologico e sociologico, fanno di "Non si sevizia un paperino" un capolavoro assoluto del giallo italiano. Lucio Fulci, a differenza di quanto farà in seguito, non indulge neppure al grandguignol (eccezion fatta per la brutale uccisione della "Maciara" sulle struggenti note di "Quei giorni insieme a te" della Vanoni, e per la morte di Don Alberto). Il film passò seri guai con la censura (fu sequestrato perché in una sequenza la Bouchet compariva nuda in compagnia di un bambino, ma al processo venne dimostrato che il bimbo era in realtà un nano maggiorenne), e fu duramente attaccato dai cattolici più intransigenti a causa della non tanto velata pedofilia del parroco.

L'albero del male (1990)

I giovani sposi Phil e Kate, da poco trasferitisi a Los Angeles in una villa ai margini del bosco, affidano il proprio neonato a Camilla (Jenny Seagrove), una baby-sitter dolce e competente. In realtà la donna, che si è servita di false referenze e falso nome, è una seguace di un antico culto druidico che prevede sacrifici di bambini ad un grande albero, nel quale albergano potenti spiriti maligni. Per il suo ritorno all'horror dopo "L'esorcista", William Friedkin adatta per il grande schermo un romanzo di Dan Greenburg e lo integra con tutto il repertorio più spaventoso dei fratelli Grimm, sfornando un film cupo, crudele e nero come la pece, che fa leva su paure ancestrali e superstizioni popolari (nel tristemente celebre "Malleus maleficarum" dei domenicani Institor e Sprenger si parla continuamente di "streghe ostetriche" che provocano aborti oppure offrono al diavolo i bambini che riescono a rapire). Ottima la Seagrove, credibile sia come tata premurosa che come terribile megera, anche se qui la vera protagonista è la Natura, non Madre, bensì Matrigna tetra e malvagia. Com'è nelle sue corde, Friedkin fa un uso essenziale degli effetti speciali (davvero efficaci quelli del finale, in cui il padre di famiglia, armato di una motosega, ingaggia una lotta all'ultimo sangue con l'albero maledetto), e comunque non prima di aver portato la tensione ai limiti del parossismo. Inquietanti le soggettive del bebè ed i grandangoli dalla culla, che restituiscono perfettamente il senso di straniamento dell'infante di fronte al mondo degli adulti.

Cittadino X (1995) e Evilenko, il comunista che mangiava i bambini (2003)

Ben due i film che raccontano le folli gesta del feroce serial-killer russo Andrei Chikatilo, meglio noto come il "Cannibale di Rostov", che negli anni '80 uccise più di 50 tra bambini e adolescenti. Il primo, diretto da Chris Gerolmo ed interpretato da Donald Sutherland e Stephen Rea, intreccia la classica struttura della "caccia al mostro" con l'interessante descrizione dei meccanismi della rigida burocrazia sovietica e degli ostacoli che essa frappose alle indagini. Il secondo, che l'esordiente David Grieco ha tratto da un proprio romanzo, si interroga invece sulle possibili origini della psicopatologia del pluriomicida, affidandosi in larga parte alla bravura di Malcom McDowell. Chikatilo, che visse gran parte della sua vita come un insospettabile marito ed insegnante, di solito adescava le sue giovanissime "prede" sui treni o nelle stazioni ferroviarie, poi le seviziava, ne mutilava il cadavere e se ne cibava. Fu giustiziato con una revolverata alla nuca nel '94. (Il Corbaccio)

P.S. Indovinello: chi è la guest-star del patchwork fotografico?

"La teoria della relatività" (doppio suicidio)

venerdì 23 maggio 2008

Eddie Vedder - Music for the Motion Picture Into the Wild




Tracklist:

01. Setting Forth
02. No Ceiling
03. Far Behind
04. Rise
05. Long Nights
06. Tuolumne
07. Hard Sun
08. Society
09. The Wolf
10. End of the Road
11. Guaranteed

"Into the Wild", che la diritta via era smarrita...



Visto "Into the Wild" di Sean Penn: 2 ore e 18 minuti di lenta agonia. Perdonate lo stile telegrafico, ma mi adeguo alla filosofia spicciola del film. 2 ore e 18 minuti per scoprire una verità da "Bacio Perugina", e cioè che "La felicità è reale solo se viene condivisa". Penn ha "cannibalizzato" il tormento interiore di un ragazzo realmente esistito, Chris McCandless, stravolgendone il significato e tramutandolo arbitrariamente in un abominevole saggio nichilista. La storia di un volontario esilio dalla società dei consumi, dal "dio denaro", dalle convenzioni sociali - un guazzabuglio di luoghi comuni, ammantato da una "nobile" quanto superficiale infarinatura di letteratura (Tolstoj, Thoreau, Walden, ecc.) - si trasforma quindi in un esasperato e inconsapevole tentativo di "suicidio". Altro che annullamento del pernicioso Ego o acuto "bisogno d'interiorità"! Chris, conseguita la laurea a pieni voti, ripudia tutto e tutti, "oppressivi" genitori in testa, e si mette "On the road", prima senza una meta precisa, quindi con l'obiettivo della "grande sfida": quella di tovare se stesso vivendo lontano dal mondo, nella Natura "sconfinata" e incontaminata dell'Alaska, tra le sue lande selvagge... "Into the Wild", per l'appunto. Al suo "ideale" - ma si può davvero parlare di ideali, quando si ha a che fare con una persona che non ama e che ha in spregio la vita? -, il protagonista, che nel frattempo si è ribattezzato Alex Supertramp (il "Supervagabondo"), immola denaro, macchina e carriera ("Un'invenzione del XX secolo", dice: ah, ah, ah!), tutte le inutili sovrastrutture della "vita civile". Peccato che il ventenne in rivolta e in cammino nella sua nuova, inebriante nudità spirituale, si dimostri non meno perbenista dei tanto denigrati "papà e mammà": il Nostro, infatti, riceve il colpo più duro quando scopre di essere stato concepito al di fuori di un matrimonio legalmente riconosciuto (suo padre era già sposato), e rifiuta le avance della ragazzina hippy perché ha soltanto 16 anni... Alla faccia della sconfessione dei conformismi e delle ipocrisie borghesi! E pensare che molti scriteriati recensori hanno accostato la figura di Chris a quella di San Francesco. No, il viaggio di Alex nella "wilderness" americana, costellato da una ricca serie di incontri (con la coppia "scoppiata" e fuori tempo massimo di figli dei fiori, con lo scanzonato e ottimista agricoltore, con la giovane cantante folk, e con l'anziano signore), ha più il sapore di un capriccio adolescenziale, di una fuga bell'e buona - in cui non vi è quasi mai nulla di coraggioso -, che quello di una reale ricerca di spiritualità. Da noi, la storia di Chris McCandless avrebbe tutt'al più costituito lo spunto per una puntata di "Chi l'ha visto?". Nelle mani di un californiano saccente e cattedratico come Sean Penn, invece, ha assunto le sembianze di un rabbioso pamphlet anticapitalistico e anarchico (ma solo in apparenza). Nel film si bruciano dollari e documenti di identità, si stracciano carte di credito, si deplora il forsennato consumismo mediante risibili quadretti (il bambino grasso e la responsabile del fast-food), e si lanciano espliciti messaggi politici (contro Bush Sr.) - in parte condivisibili ma comunque indigesti. Il tutto in maniera dannatamente greve e senza il minimo "sense of humour" (è curioso che il fotogramma finale della pellicola, un autoscatto ritrovato nella macchina fotografica del vero McCandless, ritragga un ragazzo sereno e sorridente, e faccia quindi a pugni col resto del film). Nel dipingere gli States ed i suoi miti, Penn ha la stessa obiettività di un membro di Hezbollah intento a dar fuoco ad una bandiera a stelle e strisce. Eppure il suo stile piace... soprattutto ai critici... Noi, del suo film, salviamo soltanto alcune buone prove d'attori (su tutte, quella di Hal Holbrook), e la bella colonna sonora di Eddie Vedder. (Il Corbaccio)

Val (Woody Allen): Tu hai un erborista?!
Ellie (Téa Leoni): ah sì, è un genio!
Val (Woody Allen): già, a Beverly Hills è un genio. Se fosse a New York, sarebbe considerato un subnormale. Qui usiamo un sistema di valutazione diverso...

(da "Hollywood Ending" di Woody Allen)